Armando Spataro, procuratore aggiunto a capo del pool antiterrorismo a Milano, nella trasmissione di Rai3 ”In mezz’ora”, comincia parlando del processo per il sequestro dell’ex imam Abu Omar, della condanna dei 22 agenti Cia e del non doversi procedere per quelli del Sismi. Elenca gli «ostacoli giuridici» frapposti al dibattimento con l’apposizione del segreto di Stato dai governi Prodi e Berlusconi, ma le domande di Lucia Annunziata lo portano sul terreno del ”processo breve” e delle ipotesi che circolano su come tutelare il premier dopo la bocciatura del Lodo Alfano. Il disegno di legge sulla riforma della giustizia per Spataro è inutile e sembra ispirato da «logica aziendale» in alcuni suoi punti. E scoppia la polemica con le dure reazioni del centrodestra. Prima il presidente dei senatori Pdl, Maurizio Gasparri: «Spataro, dopo le performance di Ingroia rende ancora più intensa la campagna televisiva a base di menzogne della sinistra giudiziaria. Poi il ministro della Cultura Sandro Bondi: «Non c’è un solo Paese nel mondo, neppure quelli più lontani dalla democrazia, in cui un magistrato può dire pubblicamente quello che ha detto oggi Spataro. Ma la seconda anomalia del nostro Paese riguarda il fatto che la sinistra non ritiene, di fronte a questa gravissima vicenda, di esprimere la propria preoccupazione e la propria condanna». Il capogruppo Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto parla di «offensiva del circo mediatico-giudiziario. Spataro è intervenuto su tutte le cose giudiziariamente e politicamente più significative, ha attaccato due ministri della Repubblica (Alfano e Maroni) e ha contestato l’apposizione del segreto di Stato». E la senatrice Anna Cinzia Bomprisco dice: «Assistiamo a un vero e proprio tentativo di golpe».
A difesa del magistrato si schiera invece Felice Belisario (Idv), secondo cui «Spataro ha tutto il diritto di dire quello che pensa, soprattutto se usa i toni pacati che gli sono consoni e se argomenta validamente le sue tesi». Ma torniamo alle parole di Spataro. Il ministro della Giustizia Angelino Alfano aveva detto venerdì che, col provvedimento in discussione, solo l’1% dei processi subirà uno stop. Per il giudice milanese, le parole del ministro «rendono la dimensione del paradosso. Non si è accorto di essere incorso in un pericoloso boomerang». E il magistrato si chiede: «Verranno bloccati molti o pochi processi?». Se Alfano ha ragione «dov’è il problema? – ragiona -. Vuole dire che il 99% dei processi funziona egregiamente? Vuol dire che il 99% dei cittadini non si lamenta? Se è solo l’1% – conclude – allora la legge non serve, ma io temo che i numeri saranno peggiori in futuro». Altra bordata sulla «logica aziendale» che ispirerebbe i passaggi del ddl Alfano sullo ”sganciamento” tra pm e polizia giudiziaria: «Sa come viene giustificato ciò nella relazione che accompagna questo disegno di legge? In questo modo saranno distinti nettamente i compiti della polizia giudiziaria e del pm, per creare i presupposti di una maggiore concorrenza e controllo reciproci». Una «logica aziendale» trasferita «nei rapporti tra pm e polizia giudiziaria».
Poi il campo che conosce da decenni, il terrorismo, prima interno, con le Br e altre formazioni del Partito armato, ora di matrice islamica: «Guai a diffondere allarmismi esagerati». L’attentato alla caserma di Milano dello scorso 22 ottobre è un «episodio allarmante», ma gli arrestati, allo stato delle indagini, non farebbero parte di organizzazioni terroristiche. «Non c’è alcun elemento», inoltre, che autorizza a pensare a collegamenti tra terrorismo islamico e le «propaggini» di quello interno. Infine, una domanda: hanno fatto bene i suoi colleghi Di Pietro e De Magistris e altri a entrare in politica? «Io non lo farò. Non l’ho mai fatto e nessuno me l’ha mai offerto, persone un po’ libere danno fastidio a chiunque».
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