03/09/2010

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dicembre 12, 2009 -

Filippo Graviano

Filippo Graviano

Tre domande dirette del giudice, tre risposte secche di Filippo Graviano. «Non conosco Marcello Dell’Utri, non ho mai avuto con lui rapporti di alcun tipo. Nè direttamente nè indirettamente». Golf verde, faccia scavata, il boss di Brancaccio decide di parlare. «Io intendo rispondere nei limiti delle mie possibilità», dice seduto davanti alla telecamera nel carcere di Parma, interrogato a distanza nel processo d’Appello a Marcello Dell’Utri. I fratelli Graviano replicano lo schema degli interrogatori: Filippo smentisce il pentito Gaspare Spatuzza, Giuseppe resta in silenzio. E questa volta per colpa dei rigori del 41 bis che, afferma in una missiva spedita per fax alla corte, lo stanno minando nel corpo e nello spirito: «Signor presidente, quando sarò in grado e la mia condizione di salute lo permetterà chiederò io stesso alla signoria vostra di essere sottoposto a interrogatorio». Come dire: sarà la mia permanenza in stato di carcere duro a determinare il mio grado di loquacità. Ma bastano comunque Filippo e Cosimo Lo Nigro a mettere una serie di importanti punti fermi. Dovevano essere la cartina di tornasole delle rivelazioni di Spatuzza sui collegamenti tra cosche, Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, sui mandanti politici delle stragi del ‘93-‘94, sulla presunta trattativa tra mafia e Stato. Hanno smentito tutto.

«Ma qui siamo alle comiche – commenta il presidente del Consiglio – Che vi aspettavate? Sono tutte chiacchiere, tutte falsità». E a pranzo con gli eurodeputati a Bruxelles non trattiene il suo «sdegno» per le accuse di Spatuzza, bollandole come «un’operazione infame». A smontarle comincia Filippo Graviano, cui il procuratore generale Nino Gatto chiede conto della conversazione con u’ tignusu avvenuta nel carcere di Tolmezzo nel 2004. Spatuzza ha riferito una frase del boss: “Se non arriva nulla da dove deve arrivare, possiamo pensare di parlare con i magistrati ma prima dobbiamo parlarne con mio fratello Giuseppe». Ora Filippo Graviano, davanti ai giudici, nega. Nel ‘94, periodo nel quale Cosa nostra avrebbero ottenuto assicurazioni dal mondo politico, «nessuno doveva farmi promesse, all’epoca non avevo problemi, dovevo scontare solo quattro mesi di carcere. Perché avrei dovuto chiedere aiuto?». Tanto più, fa notare, che le date non tornano. «Il discorso con Spatuzza sarebbe avvenuto nel 2004. Da allora sono passati cinque anni, se avessi voluto consumare una vendetta lo avrei già fatto. Non c’era motivo per aspettare tanto, non è che abito in un hotel». Questi comportamenti, assicura Graviano, «mi sono estranei: per le mie condanne non ho cercato mai scorciatoie nè un magistrato». Con u’ tignusu, semmai, si discuteva d’altro: «Di legalità, rispetto delle regole, dell’astenersi da comportamenti astuti. Da dieci anni ho messo la legalità al primo posto nella scala dei miei valori”.

Dopo la rapida apparizione di Giuseppe Graviano, che inoltra il suo messaggio sul 41 bis, tocca a Cosimo Lo Nigro, altro killer dei capi di Brancaccio. E’ aggressivo, non concede spazi alle affermazioni di Spatuzza sulla sua partecipazione al vertice di Campofelice in cui il boss avrebbe illustrato a lui e a u’ tignusu il piano dell’attentato (fallito) allo stadio Olimpico, «così chi si deve dare una mossa, se la dà». Lo Nigro è spiccio: «Non sono mai stato a Campofelice di Roccella e i Graviano li ho conosciuti solo in carcere». di Claudia Guasco Il Messaggero

41 bis. L’articolo 41 bis della legge 354 del 1986 sull’ordinamento penitenziario consente al ministro della Giustizia di sospendere, in situazioni di emergenza, le normali regole di trattamento dei detenuti nelle carceri e applicare misure eccezionali, soprattutto nei confronti di detenuti per reati di criminalità organizzata o terrorismo. Da qui il nome di ”carcere duro per i mafiosi“ dato a queste misure, con le quali si intende principalmente prevenire i contatti con l’organizzazione criminale di appartenenza attraverso la restrizione del numero e delle modalità dei colloqui, la limitazione della permanenza all’aperto (la cosiddetta ”ora d’aria“), la censura della corrispondenza.


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Fonte: Ultime Notizie

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