Ci vuole un fisico bestiale a stare lì, giorni e giorni, anni e anni, con l’Italia che cambia, con le repubbliche che cambiano, con le crisi e i gusti, con l’Auditel e le controprogrammazioni, con la mafia e Platinette. Ogni sera su il sipario per uno show che doveva essere anche shock, denuncia e sorriso, che doveva essere leggero senza essere stupido, sapendo che la differenza è così breve e così netta, perché è la differenza tra un programma d’autore e un salottino dove si va a presentare un libro, uno spettacolo o, semplicemente a cercare un primo piano. Maurizio Costanzo, in questo senso, è stato un finto generoso. Perché ha aperto le braccia a tutti, ma ha rispettato i tempi, accettando anche il degrado, i compromessi, ma soltanto se questi facevano show. E, allora, toccava al baffo. Proprio così, quella piega ironica del baffo, una mimica in perfetto slang romanesco che sembrava dire «dai, giovano’ giocate ’sta carta». Ha piegato il baffo per Ricky Memphis, per Valerio Mastandrea, per tanti “poeti metropolitani” che andavano “da Costanzo” come a Lourdes a chiedere la Grazia. Ricordiamo Giovanni Falcone, le puntate ruggenti, gli ”uno contro tutti”, gli interventi disincantati del pianoforte di Bracardi, uomo di pancia e di spessore, grande mimo, chissà se consapevole. Un acquarello d’autore per questo piccolo Letterman votato all’eutanasia quando le ”carovane”, i pullman che portavano pubblico, hanno trovato il parcheggio occupato dai carrozzoni della nuova tv e a lui, Costanzo, non bastava più una seggiolina, s’era meritato una poltrona. di Fabio Maccheroni
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