
Carmelo Briguglio
Prosegue anche oggi il Gheddafi show con una seconda lezione sul Corano a un gruppo di 200 hostess italiane. Una decina di modelle indossavano il tradizionale velo islamico, mentre una portava appesa al collo una foto del Colonnello. Per le altre camicetta bianca e gonna nera. Mentre sale l’imbarazzo all’interno della maggioranza di governo i finiani decidono di esternare il loro dissenso. Carmelo Briguglio di Futuro e libertà per l’Italia non si accontenta della definizione folkloristica di Berlusconi per lo show del leader libico e la definisce una pagliacciata: “credo che la visita del Colonnello Gheddafi, a parte tanti altri aspetti che definire imbarazzanti è poco, sul piano del confronto politico suggerisca al mondo cattolico italiano un dibattito tra la laicità positiva di Fini e
la condiscendenza del governo italiano alla rozza propaganda islamista di un Capo di Stato straniero nel nostro Paese, che ospita la Santa Sede e i cui cittadini sono in grande maggioranza cattolici”. Gianmario Mariniello, direttore di Generazione Italia non è da meno e scrive sul sito dell’associazione finiana: “vi immaginate Gheddafi che va a Parigi o a Berlino e organizza un incontro con 500 hostess per dir loro ‘diventate musulmane’? Noi no. E non a caso Gheddafi
certe pagliacciate – è il termine giusto –
le viene a fare a Roma, non a Parigi o a Berlino. Evviva la Realpolitik, ma sui libri di Kissinger non c’è scritto che bisogna concedere ai dittatori la passerella sul suolo patrio, in regime di liceità assoluta: Roma in questi giorni sembra un possedimento extraterritoriale libico”.
“Lo squallido e irritante show concesso dal governo a Gheddafi è una vergogna inaccettabile. In nome di chissà quali interessi economici si dimentica che il leader libico è uno dei peggiori dittatori che ci siano, un campione mondiale del non rispetto dei diritti umani e un finanziatore del terrorismo”, ha affermato in una nota il capogruppo dell’Italia dei valori al Senato, Felice Belisario.
Amnesty International ha scritto una lettera al Cavaliere nella quale si ricordano le «gravi violazioni» dei diritti umani in Libia e chiede di inserire il tema dei diritti umani dell’agenda dei colloqui italo-libici. «Ogni volta che Gheddafi torna a Roma è sempre peggio della precedente senza che nessuno di coloro che lo hanno invitato gli faccia notare qualcosa»,ha detto a Radio Radicale la vice presidente del Senato Emma Bonino. Per protesta contro «le scelte politiche di questo governo nei confronti del dittatore Gheddafi» i radicali dell’Associazione Aglietta alla festa nazionale del Pd in corso a Torino indosseranno una fascia nera a lutto. Potito Salatto, eurodeputato del Ppe e membro della commissione europea degli Esteri, chiede cosa accadrebbe se fosse Berlusconi a donare Bibbie o Vangeli in terra libica. Aldo Di Biagio, deputato finiano di Futuro e libertà, invita a pensare ai profughi italiani espulsi dalla Libia nel 1970. L’appello all’Europa a convertirsi all’islam non è piaciuto ai cavalieri templari del Super Ordo Equestri Templi che rilanciano: «Siano gli islamici a diventare cristiani». Secondo il sito web finiano FareFuturo «l’Italia è diventata la Disneyland di Gheddafi, il parco-giochi delle sue vanità senili, ma la ragione è purtroppo politica. Il governo berlusconiano è passato dall’atlantismo all’agnosticismo, dalle suggestioni neo-con alla logica commerciale, per cui il cliente, se paga, ha sempre ragione».
Benvenuti nella Disneyland di Gheddafi
Se l’Italia è diventata la Disneyland di Gheddafi, il parco-giochi delle sue vanità senili, la ragione è purtroppo politica. Nelle passeggiate romane il rais libico non esibisce il suo temperamento eccentrico, ma la sua legittimazione, la sua amicizia con il premier, la sua paradossale centralità nella politica internazionale di un governo – quello berlusconiano – che è progressivamente passato dall’atlantismo all’agnosticismo, dalle suggestioni neo-con alla logica commerciale, per cui il cliente, se paga, ha sempre ragione. E visto che Gheddafi paga, le sue diventano anche le “nostre” ragioni e la sua politica la “nostra”.
Il centro-destra che aveva denunciato “l’equivicinanza” della politica estera dalemiana – sempre in mezzo tra aggrediti e aggressori, a distanza di sicurezza dagli uni e dagli altri – l’ha scavalcata, iniziando a distinguere gli autocratici buoni da quelli cattivi sulla base della loro amicizia e disponibilità personale e delle convergenze di interessi di breve periodo. Quest’idea ha portato Berlusconi a Minsk a tributare sperticati elogi all’ultimo dittatore europeo, il bielorusso Aleksandr Lukashenko, a difendere, in ogni dove, le ragioni e la legittimità della “demo-autocrazia” putiniana e a farsi garante della rispettabilità politica del colonnello Gheddafi, che ormai sale in Italia a divertirsi quando e come vuole. Come si dice: pago, spendo, pretendo!
Nell’atteggiamento dell’esecutivo rispetto a Gheddafi non c’è però un eccesso, ma un difetto di realismo. C’è la convinzione che un governo responsabile debba muoversi nel “mercato” delle relazioni internazionali in modo del tutto indipendente da una valutazione politica dei fatti, degli equilibri generali e delle conseguenze di medio-lungo periodo.
Ad esempio, nessuno sembra riflettere seriamente se la nouvelle vague berlusconiana, che indubbiamente funziona con despoti come Gheddafi – capaci di dare e di togliere alle imprese italiane commesse pubbliche, di aprire e chiudere capricciosamente il “rubinetto” degli sbarchi a Lampedusa e di investire in Italia i proventi della rendita petrolifera –, possa funzionare quando gli interlocutori sono leader di governo, che non comprano né vendono contratti, che non sono padroni dell’economia nazionale e che non necessitano della legittimazione italiana.
Anche la diplomazia commerciale è una cosa più complicata e politica dell’amicizia “privata” con i leader di governo stranieri. Era paradossalmente proprio il centro-destra a spiegarlo a Prodi, che nella sua marcia di avvicinamento alla Cina aveva nel 2006 offerto l’abolizione dell’embargo sulla vendita di armi, appena confermato in sede Ue. Erano, allora, i berlusconiani a spiegare al premier ulivista che le aziende tedesche erano sbarcate a Pechino prima e meglio di quelle italiane senza l’aiuto di un governo condiscendente, ma protette, al contrario, dall’intransigenza di un esecutivo, come quello della Merkel, che non rinunciava ad incontrare il Dalai Lama e ad intervenire pubblicamente sulle violazioni dei diritti umani e della libertà religiosa in Cina.
Infine: la leggerezza di Berlusconi, che ha “depolicitizzato” la politica estera per renderla più efficiente, accresce o riduce la credibilità italiana sullo scacchiere dei rapporti internazionali? Il disinvolto relativismo della nostra diplomazia ci rende interlocutori più o meno affidabili sui più delicati dossier strategici? di Carmelo Palma direttore di Libertiamo © Ffwebmagazine
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