«I gas serra danneggiano la salute». E’ bastata questa semplice dichiarazione formulata ieri dall’Agenzia Usa per la protezione dell’Ambiente a cambiare a sorpresa, in positivo, le prospettive di riuscita del summit di Copenaghen. Il legame diretto di causa-effetto tra inquinamento e malattie, stabilito da Washington impegna infatti il governo federale a ordinare e non più consigliare il taglio delle emissioni nocive. «La salvaguardia della salute è un obbligo – ha spiegato la portavoce dell’agenzia statunitense – ora dovremo agire». La notizia è arrivata a Copenaghen mentre prendevano il via le due settimane di lavori del vertice cui partecipano 192 paesi e che si preannunciano comunque faticose. Si perché, fin dal calcio d’inizio, la posta in gioco è quanto mai impegnativa, la sfida complessa e di esito incerto. Il primo ministro danese, Lars Lokke Rasmussen, nell’apertura ufficiale dei lavori, ha insistito sul principio etico che dovrebbe essere la guida per lo svolgimento del summit: «A conclusione del vertice, dobbiamo essere in grado di restituire al mondo quello che oggi è stato garantito a noi: la speranza di un futuro migliore».
La presidentessa del summit Connie Hedegaard, prossomo ministro Ue per l’ambiente, è entrata nel vivo chiamando in causa proprio quei paesi su cui sono puntati gli occhi del futuro del pianeta: Cina, India, Corea del Sud, Brasile, Indonesia. «Bisogna saper vedere oltre i propri interessi particolari – ha ammonito la Hedegaard – è il momento di assumersi responsabilità e agire subito».
I delegati di Brasile e India si sono detti pressoché d’accordo nel presentare una bozza comune, di cui però non si hanno ancora riferimenti a dati e cifre. Chi storce il naso e si presenterà come “bastian-contrario” è dopotutto la Cina. La posizione di Pechino è ferma sulla rivendicazione del diritto alla crescita esponenziale che la sta portando fuori dalla condizione di “paese in via di sviluppo”. In larga parte a forza di CO2 e carbon fossile. Nessuna disponibilità a compromettere la crescita economica che, dice la Cina, «è la garanzia della stabilità sociale». Si alle energie pulite, ma con i propri tempi e molti soldi da parte dei Paesi già industrializzati, in termini d’impegni finanziari, per aiutare i più poveri e per il trasferimento delle tecnologie avanzate.
Il presidente cinese Hu Jin tao aveva annunciato che «la Cina taglierà in modo significativo le sue emissioni di gas inquinanti per unità di Prodotto Interno Lordo entro il 2020», riferendosi all’intensità delle emissioni di gas inquinanti del 40-45% e aumento della percentuale di energia pulita consumata, dall’attuale 8 al 15% entro il 2020. Pechino però rifiuta fin da subito qualunque impegno vincolante, come quelli imposti dal protocollo di Kyoto. In tal modo, la Cina si potrebbe porre come ago della bilancia sulla firma dell’accordo. La Ue ribatte e paventa di alzare la posta al 30% sulle emissioni, proprio per porre pressione sulla Cina, ma anche sugli Stati Uniti, secondo le parole del ministro dell’Ambiente lo svedese Andreas Carlgren, il cui Paese ha la presidenza di turno dell’Unione.
Ma, realmente, gli occhi del mondo sono puntati sui 110 presidenti del COP15, e forse ancora più su di uno in particolare: Barack Obama, che ha annunciato il suo arrivo per il 18 dicembre, giorno conclusivo dei lavori, una mossa che fa auspicare un atterraggio con la penna in mano. di Diletta Varese Il Messaggero
Il “Climagate” è lo scandalo che ha riguardato alcuni scienziati inglesi, le cui e-mail – rubate e messe online da prezzolati hacker russi – getterebbero ombre sulla veridicità dei dati sul surriscaldamento globale. Il capo dell’Ipcc, il gruppo di ricercatori che ha redatto il rapporto, il premio Nobel Rajendra Pachauri, ha parlato di un tentativo di screditare un lavoro «trasparente e obiettivo» con dati provenienti da tutto il pianeta e registrati da tantissimi organismi scientifici.
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