«So che anche a Torino non mancano difficoltà, problemi, preoccupazioni». Il cielo è plumbeo quando il Papa legge l’omelia davanti ai 25mila di piazza San Carlo. Altri 25mila sono assiepati in piazza Castello, davanti al maxischermo. «Penso, in particolare a quanti vivono concretamente la loro esistenza in condizioni di precarietà, a causa della mancanza del lavoro, dell’incertezza per il futuro, della sofferenza fisica e morale; penso alle famiglie, ai giovani, alle persone anziane che spesso vivono la solitudine, agli emarginati, agli immigrati». Non poteva che toccare i temi del lavoro e della precarietà il pensiero di Benedetto XVI nella città «dei santi sociali», come l’aveva definita poco prima il sindaco Chiamparino nel suo discorso di benvenuto al Pontefice. La città della Fiat, della cassintegrazione, dell’incertezza del futuro. «Prego la Madonna perché vegli su Torino e su tutti i suoi abitanti, in special modo sulle famiglie e sul mondo del lavoro». È stata una lunghissima giornata, quella di Ratzinger: per la prima volta da 12 anni un papa tornava a Torino per venerare la Sindone durante l’Ostensione. Il clou è stato la messa in piazza San Carlo, dopo un percorso per le strade del centro addobbate con composizioni bianco gialle di fiori arrivati da San Remo; filava veloce, la papamobile, tanto da lasciare un filo di delusione tra le migliaia di persone assiepate dietro i 14 cilometri di transenne. Nelle prime file le autorità: amministratori, magistrati, militari, qualche vip. E dietro, cinquantamila volti, gente arrivata da ovunque. Il programma è stato seguito per filo e per segno: il pranzo in Arcivescovado con i vescovi piemontesi, il riposino pomeridiano che si confà a un uomo di 83 anni, l’incontro privato con esponenti del mondo ecomonico e finanziario torinese, tra cui il neopresidente della Fiat John Elkann, accompagnato dalla moglie Lavinia. Poi, sotto l’acquazzone, di nuovo la papamobile e piazza San Carlo, gremita da migliaiaia di giovani («Non vivacchiate, ma fate scelte per sempre», il monito del Papa); la meditazione davanti alla Sindone, infine la Piccola Casa del Cottolengo, l’abbraccio ai malati, perfino i baci, chino sulle carrozzelle. Quando l’A318 è decollato alla volta di Ciampino, fuori dal Duomo si è riformata la fila dei pellegrini per vedere il Sacro Lino: settemila persone in una serata. di Giammarco Oberto Leggo
Accolto in Duomo dalle campane a distesa, poi il silenzio, per lunghi minuti. È apparso commosso, Bendetto XVI, inginocchiato davanti al Sacro Lino. Accanto a lui, l’arcivescovo di Torino, Severino Poletto; tra le navate, soltanto le suore di clausura. “Icona”, ha definito Ratzinger la Sindone, «simbolo del Sabato santo», un’icona (non una reliquia, sfumatura che non è sfuggita agli esperti di sindonologia) che interpella l’umanità oscurata dalle guerre, dalle violenze, «simbolo del nascondimento di Dio». «Questo per me è un momento molto atteso – ha detto il Pontefice – in un’altra occasione mi sono trovato davanti alla Sacra Sindone, ma questa volta vivo questo pellegrinaggio con particolare intensità: forse perché il passare degli anni mi rende ancora più sensibile al messaggio di questa straorinaria icona; forse, e direi soprattutto, perché sono qui come successore di Pietro e porto nel mio cuore tutta la Chiesa, anzi, tutta l’umanità».
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