06/09/2010

Notizie OGGI

Italia e il mondo in sintesi.

Archivio per la categoria ‘Pomigliano d'Arco’

Sergio Marchionne

Sergio Marchionne

Parla di globalizzazione e del mondo che cambia rapidamente, cita Mandela, Hegel, Pavese e Machiavelli, dà consigli ai giovani per il loro futuro; ma non volendo «ignorare le accuse mosse a Fiat», né «evitare i problemi» si dice costretto a dedicare una parte del suo intervento al meeting di Rimini a un «livello più locale». Cioè all’Italia e in particolare alla vicenda Melfi. La platea però non pare soffrire per il cambiamento di programma e riserva a Sergio Marchionne la dose di applausi delle grandi occasioni, più qualche incitamento extra del tipo «Sergio non mollare». Nel merito, il messaggio dell’amministratore delegato della Fiat è piuttosto chiaro e netto. All’Italia in cui «manca la voglia e c’è paura di cambiare» propone «un grande sforzo collettivo, un patto sociale per condividere le responsabilità e i sacrifici». Sulla vicenda dei tre operai reintegrati fa notare puntigliosamente che l’azienda ha rispettato la legge, e andrà avanti in un progetto, quello di Fabbrica Italia, che «nasce dal cuore e non da un calcolo di convenienza»; allo stesso tempo accetta le parole del presidente Giorgio Napolitano «come un invito a trovare una soluzione». Marchionne utilizza la propria esperienza personale (il trasferimento in Canada a 14 anni, poi gli spostamenti per studio e per lavoro da una città all’altra e da un Paese all’altro, fino al rientro in Italia nel 2004) come esempio di flessibilità e di apertura al futuro, pur nelle difficoltà di adattamento; e propone questo modello anche quando ricorda di aver trovato al suo arrivo alla guida della Fiat «una struttura immobile che prendeva come base i propri risultati invece che il confronto con la concorrenza». Flessibilità e velocità di reazione sono «l’unica arma» in un mondo complesso in cui è impossibile prevedere in anticipo quel che accadrà.

Da qui all’attualità il passo è breve. La Fiat che si è saputa rimettere in gioco arrivando anche a conquistare la Chrysler, e che ora vuole investire 25 miliardi in Italia «anche se sarebbe più conveniente lasciare la Panda in Polonia» fa parte di coloro che «guardano avanti e si lasciano alle spalle i vecchi schemi»; con lei ci sono i lavoratori che hanno accettato l’intesa di Pomigliano e i sindacati schierati su questa linea (Marchionne cita esplicitamente, ringraziandoli, i segretari di Cisl e Uil, Bonanni e Angeletti). Dall’altra parte stanno quelli che «si ostinano a proteggere il passato», che guardano la realtà «con la lente deformata del conflitto» (cioè quello superato capitale e lavoro) e «usano il diritto di pochi per piegare il diritto di molti».

Entrando ancora di più nello specifico delle «accuse assurde e infinite polemiche» che coinvolgono il Lingotto, l’amministratore delegato si dichiara non disposto a «tollerare gli illeciti che arrivano fino al sabotaggio», difende la decisione «non popolare» di reintegrare i tre operai ma senza farli lavorare (decisione che «rispetta la legge»), si augura che «il secondo grado di giudizio sia meno condizionato dall’enfasi mediatica».

Conferma insomma in pieno, con le sue parole dirette fino alla ruvidezza, la linea scelta dall’azienda. Il momento per qualche tono un po’ più conciliante, arriva alla fine del discorso, quando sollecitato dalle domande, Marchionne commenta la presa di posizione di Napolitano ed anche quella di Guglielmo Epifani, leader della Cgil, che ha chiesto una riapertura del dialogo.

«Ho grandissimo rispetto per il presidente della Repubblica come persona e per il suo ruolo istituzionale – spiega – accetto quello che ha detto come un invito a trovare una soluzione”. E si dichiara anche «assolutamente disponibile» a parlare con il segretario della Cgil «una persona che rispetto e che ha un profilo intellettualmente onesto». Però, è l’avvertimento, «bisogna accettare la sfida, saltare sul treno prima che lasci la stazione, invece di dire sempre no». di Luca Cifoni Il Messaggero


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Emma Marcegaglia

Emma Marcegaglia

A fine settembre 2011 i 5200 lavoratori che costruiranno la Panda nello stabilimento campano Giambattista Vico dovranno dimettersi dalla Fiat per essere riassunti dalla newco Fabbrica Italia Pomigliano, previa la cessione dei contratti individuali: a ciascun operaio sarà sottoposta la lettera di assunzione con le nuove regole contrattuali, quelle oggetto del referendum a Pomigliano del giugno scorso. Un’operazione il cui terreno è già stato preparato: ieri la Fiat ha comunicato ai sindacati in un incontro a Torino (disertato dalla Fiom) che la newco non sarà iscritta a Confindustria. Il Lingotto ha però garantito che la cura Pomigliano non si allargherà agli altri stabilimenti italiani: dopo l’incontro di mercoledì tra Marchionne e la Marcegaglia, la Fiat ha sospeso per due mesi la decisione sulla disdetta del contratto nazionale di lavoro dei metalmeccanici e sull’uscita da Confindustria.


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Roberto Cota

Roberto Cota

«Incentivi? Se dobbiamo parlare di quelli dati al settore auto e alle Fiat apriremmo un capitolo per chiudere il quale non basterebbero dieci edizioni di telegiornale»: così il presidente della regione Piemonte, Roberto Cota, a tre giorni dal tavolo convocato a Torino, risponde ad una domanda sul fatto che l’assenza di incentivi del governo al settore auto possa avere avuto una responsabilità nelle scelte della casa torinese. «Comunque non è questo il problema: abbiamo un piano di investimenti sottoscritto da Fiat sul quale Fiat si è impegnata: ci sono tutte condizioni per realizzarlo. Il problema è che per Pomigliano sono sorti problemi con una parte del sindacato. Ora si tratta di mettere tutti intorno a un tavolo – dice Cota – perché gli impegni che Fiat aveva assunto vengano mantenuti, e tra questi c’è quello per Mirafiori». «I lavoratori – spiega poi il governatore, paragonando i dipendenti di Pomigliano a quelli di Torino – sono tutti importanti. Io faccio il presidente del Piemonte, la Fiat è nata a Torino e Torino e il Piemonte hanno una vocazione produttiva assoluta. Il nostro territorio ha una sua specificità: in Piemonte ci sono tutte le carte in regole per fare le automobili con qualità».


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http://www.ultimenotizie.tv/notizie-politiche/fiat-mancano-gli-incentivi-parlarne-oggi-e-inutile.html


Roberto Cota

Roberto Cota

«Incentivi? Se dobbiamo parlare di quelli dati al settore auto e alle Fiat apriremmo un capitolo per chiudere il quale non basterebbero dieci edizioni di telegiornale»: così il presidente della regione Piemonte, Roberto Cota, a tre giorni dal tavolo convocato a Torino, risponde ad una domanda sul fatto che l’assenza di incentivi del governo al settore auto possa avere avuto una responsabilità nelle scelte della casa torinese. «Comunque non è questo il problema: abbiamo un piano di investimenti sottoscritto da Fiat sul quale Fiat si è impegnata: ci sono tutte condizioni per realizzarlo. Il problema è che per Pomigliano sono sorti problemi con una parte del sindacato. Ora si tratta di mettere tutti intorno a un tavolo – dice Cota – perché gli impegni che Fiat aveva assunto vengano mantenuti, e tra questi c’è quello per Mirafiori». «I lavoratori – spiega poi il governatore, paragonando i dipendenti di Pomigliano a quelli di Torino – sono tutti importanti. Io faccio il presidente del Piemonte, la Fiat è nata a Torino e Torino e il Piemonte hanno una vocazione produttiva assoluta. Il nostro territorio ha una sua specificità: in Piemonte ci sono tutte le carte in regole per fare le automobili con qualità».


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Silvio Berlusconi

Silvio Berlusconi

Il caso Pomigliano diventa il caso Fiat: come era immaginabile. E la domanda è: il modello dello stabilimento campano potrà diventare quello di tutti gli impianti automobilistici del Lingotto? Una domanda che apre una partita a tutto campo. Non per niente ieri è sceso in campo Berlusconi e immediatamente dopo il ministro Sacconi ha convocato per mercoledì prossimo a Torino un vertice al più alto livello per discutere non solo di Mirafiori, ma del futuro della casa torinese. Il premier ha mandato un messaggio chiaro alla Fiat e a Sergio Marchionne rispetto al progetto di «delocalizzare» in Serbia la produzione della sua nuova monovolume: «In una libera economia e in un libero Stato ogni gruppo industriale è libero di collocare la propria produzione dove ritiene sia più conveniente. Spero che ciò non accada a discapito della produzione italiana e degli addetti italiani ai quali la Fiat dà lavoro». Di più non ha aggiunto il premier, durante l’incontro italo-russo con il collega Dmitrij Medvedev, ma subito dopo il ministero del Welfare ha diramato la convocazione per azienda, sindacati e enti locali per mercoledì prossimo nella sede della Regione Piemonte a Torino. Nella circostanza il management Fiat, dinanzi a Sacconi, ai vertici sindacali, al governatore della Regione e al sindaco di Torino (invitato da Cota, come lo stesso governatore ha tenuto a puntualizzare), dovrà spiegare le ragioni di certe scelte e, soprattutto, come «vede» il proprio futuro italiano.

Ovviamente, Marchionne (o chi per lui) ribadirà la ormai nota filosofia industriale; sindacati ed enti locali pretenderanno garanzie a fronte delle concrete concessioni fatte (come a Pomigliano); Sacconi chiederà conto di alcuni impegni assunti dall’azienda. «Marchionne disse – ha ricordato ieri il ministro – che era pronto a investire negli stabilimenti italiani nella misura in cui avrebbe avuto relazioni industriali non conflittuali. Questo scambio deve essere riportato un tavolo negoziale. Il governo deve creare il contesto idoneo, non deve più mettere in campo gli incentivi. Non li chiede l’azienda e non è giusto farlo». Chiara la linea del governo: rispetto degli impegni presi. Al tavolo saranno discusse le varie tematiche sull’organizzazione del lavoro e la scelta serba. Magari Torino non tornerà indietro ma il sindacato ci spera. Un sindacato che però vuole garanzie per Mirafiori, cuore dell’azienda: deve continuare a pulsare. Questa volta la partita per il Lingotto sarà molto, ma molto difficile. Marchionne, nel suo incedere senza tentennamenti, è riuscito a compattare governo e opposizione ed ha fatto ritrovare ai sindacati la perduta unita. Ha spiazzato anche Confindustria il cui presidente, Emma Marcegaglia, ha sentito il bisogno di chiedere un chiarimento all’ad del Lingotto.

I dipendenti sono evidentemente preoccupati: le ”tute blu” ieri si sono fermate due ore per lo sciopero Fiom/Cgil contro i licenziamenti decisi nei confronti di cinque operai tra gli stabilimenti di Mirafiori, Melfi e Termoli. La protesta era anche per il mancato premio di produzione, ma ha finito per avere come nuovo e forse ancora più significativo bersaglio il progetto Serbia. Adesioni al 65-70% secondo i sindacati; poco più del 18% per l’azienda. La richiesta di convocazione del tavolo era stata sollecitata da gran parte del mondo politico. Particolarmente critico verso il governo il leader del Pd Pierluigi Bersani ma anche il governatore della Puglia e leader della Sel Nichi Vendola ha parlato di incontro fissato tardivamente. Più possibilista invece il leader della Cisl Raffaele Bonanni: «A me – ha detto – non interessa dove la Fiat intenderà produrre la sua nuova monovolume: chiederò che la promessa di produzione di 1.400.000 auto, a fronte delle attuali 600.000, venga mantenuta. Che quella monovolume sia prodotta in Serbia, in Polonia o in Italia non è importante. A condizione che nel sito di Torino ci sia un prodotto altrettanto importante, anche di più». La Uilm attacca: «Si fa un gran chiasso sugli operai licenziati da Fiat come se fosse una ritorsione sulla Fiom che esaspera da tempo ogni fatto sindacale trasformandolo in evento mediatico. Anche la Uilm ha avuto un licenziato a Foggia, ma non ne ha fatto un caso pubblico», dice il segretario nazionale Palombella. di Luciano Costantini © Il Mattino


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Guglielmo Epifani

Guglielmo Epifani

Attacco frontale alla Fiat del leader della Cgil, Guglielmo Epifani, il giorno dopo il nuovo licenziamento questa volta alla Powertrain di Termoli: «È uno stillicidio di atti contro il buon senso e contro ogni misura. Ed è difficile non pensare ad un atto di ritorsione», afferma il sindacalista, rincarando la dose: il Lingotto usa «qualsiasi pretesto pur di provare ad intimorire o colpire lavoratori e delegati. E questo mi sembra inaccettabile nell’Italia e nell’Europa di oggi». Una lettura dei fatti, questa del capo della Cgil, respinta dal ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi: «Non siamo più negli anni ‘70, una persona ha il diritto di scioperare ma non ha il diritto di impedire agli altri di lavorare. Non si può impedire la libera circolazione delle merci e bloccare le linee di produzione», sostiene Sacconi, promuovendo la strada intrapresa dalla società che ha reso noto, da Detroit, il risultato trimestrale positivo pari a 113 milioni, ha approvato lo spin off dell’auto e confermato l’accordo per Pomigliano. Conti positivi che portano il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, a dire che sono una «buona premessa, non solo per Pomigliano, ma per il piano generale della Fiat in Italia, che prevede 20 miliardi di euro nei prossimi sei anni». Intanto la Fiom, che ha deciso per domani altre due ore di sciopero nel gruppo, ha presentato i ricorsi contro l’azienda per i licenziamenti dei tre operai di Melfi accusati di aver bloccato il passaggio di un carrello per la produzione della Punto Evo, durante uno sciopero interno in un turno notturno.


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