Da qui all’attualità il passo è breve. La Fiat che si è saputa rimettere in gioco arrivando anche a conquistare la Chrysler, e che ora vuole investire 25 miliardi in Italia «anche se sarebbe più conveniente lasciare la Panda in Polonia» fa parte di coloro che «guardano avanti e si lasciano alle spalle i vecchi schemi»; con lei ci sono i lavoratori che hanno accettato l’intesa di Pomigliano e i sindacati schierati su questa linea (Marchionne cita esplicitamente, ringraziandoli, i segretari di Cisl e Uil, Bonanni e Angeletti). Dall’altra parte stanno quelli che «si ostinano a proteggere il passato», che guardano la realtà «con la lente deformata del conflitto» (cioè quello superato capitale e lavoro) e «usano il diritto di pochi per piegare il diritto di molti».
Entrando ancora di più nello specifico delle «accuse assurde e infinite polemiche» che coinvolgono il Lingotto, l’amministratore delegato si dichiara non disposto a «tollerare gli illeciti che arrivano fino al sabotaggio», difende la decisione «non popolare» di reintegrare i tre operai ma senza farli lavorare (decisione che «rispetta la legge»), si augura che «il secondo grado di giudizio sia meno condizionato dall’enfasi mediatica».
Conferma insomma in pieno, con le sue parole dirette fino alla ruvidezza, la linea scelta dall’azienda. Il momento per qualche tono un po’ più conciliante, arriva alla fine del discorso, quando sollecitato dalle domande, Marchionne commenta la presa di posizione di Napolitano ed anche quella di Guglielmo Epifani, leader della Cgil, che ha chiesto una riapertura del dialogo.
«Ho grandissimo rispetto per il presidente della Repubblica come persona e per il suo ruolo istituzionale – spiega – accetto quello che ha detto come un invito a trovare una soluzione”. E si dichiara anche «assolutamente disponibile» a parlare con il segretario della Cgil «una persona che rispetto e che ha un profilo intellettualmente onesto». Però, è l’avvertimento, «bisogna accettare la sfida, saltare sul treno prima che lasci la stazione, invece di dire sempre no». di Luca Cifoni Il Messaggero
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