06/09/2010

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Italia e il mondo in sintesi.

Archivio per la categoria ‘Raffaele Lombardo’

Italo Bocchino

Italo Bocchino

Improvvisamente, è un altro film: per la prima volta addio insulti, tra finiani e berlusconiani si parla di politica. E’ basta la resa di Bossi, che dopo aver gridato ai quattro venti «elezioni!», ha chiuso il capitolo con voce più roca del solito: per ora il governo va avanti, con i finiani e senza l’Udc. Casini in realtà aveva sempre detto di no, ma viene usato per dimostrare che la Lega qualcosa ha ottenuto, col suo veto. E i finiani tirano un sospiro di sollievo perché nessuno, ma proprio nessuno dei contendenti, di qua e di là, sapeva più come uscirne. Nel silenzio di tomba dei tanti falchi berlusconiani, Silvano Moffa, uno degli interpreti più attenti tra i finiani doc, stappa una bottiglia: «Si è fatta strada la ragionevolezza, finalmente. Le elezioni erano nefaste per il Paese e non producenti per nessuno». Sicuramente nefaste per il Cavaliere e per Fini, con Bossi unico a guadagnarci. Il ritorno della politica produce già alcune prospettive. La conferma che il Futuro e libertà voterà sempre la fiducia al governo, che il programma sarà rispettato, e che si aspetta il confronto sui temi non concordati. L’altro punto è la ripresa del dialogo nel centro destra, dove i finiani notano che i “soggetti” da tre sono diventati quattro: il loro Fli, anche se partito non lo è ancora, il Pdl, la Lega e l’Mpa del siculo Lombardo.

Il centro destra ha cambiato pelle, e come ragiona Della Vedova ora ce ne sono due: una destra «costituzionalizzata» da Fini, che l’ha «emancipata dall’ancoraggio populistico-reazionario e antipolitico a cui sembravano condannate, nel continente, tutte le destre estranee alla tradizione liberal-popolare». Una destra più europea dello stesso Pdl, perché sui temi “sensibili” dei diritti, dell’immigrazione, della bio-politica e dell’identità civile, il Fli ha posizioni più vicine «al main stream liberal-conservatore europeo». Il centro destra berlusconiano è passato dal liberalismo al populismo, inseguendo la Lega.

Il dialogo dovrebbe prevedere, come si augura Giuseppe Consolo, un confronto diretto tra Berlusconi e Fini, «un dialogo da tenersi in assenza di altri interlocutori che mi sono apparsi sempre totalmente inutili, non avendo Berlusconi e Fini alcunché da imparare da questi ultimi». Stoccata dedicata ai pasdaran, con allusione diretta agli ex An.

Nel silenzio di Fini, che prepara l’intervento di Mirabello per il 5 settembre sperando che la tregua si faccia strada e che l’impazzimento sia finito, tocca a Bocchino mandare segnali inequivoci: «Noi facciamo parte del centrodestra, siamo ancorati a questa maggioranza, voteremo sempre la fiducia e tutti quei provvedimenti che fanno parte del programma di governo». Certo, «riguardo quei provvedimenti, invece, che non fanno parte del programma non siamo disposti ad accettare aut aut ma siamo pronti a discutere e a confrontarci». L’allargamento all’Udc non ci sarà, ma Bocchino rilancia, in nome della «logica tatarelliana», l’apertura all’area moderata, vale a dire a «tutte quelle forze che politicamente e culturalmente sono alternative al centrosinistra. Di questo si può sempre discutere». Sapendo bene che l’Udc ha sempre fatto un’opposizione non preconcetta, ed è disponibile ad appoggiare i provvedimenti del governo che ritiene utili ed equilibrati.

L’avvertimento più secco lo lancia Granata: «Siamo e restiamo forza autenticamente di destra, attenta e rispettosa degli altri poteri ad iniziare dalla magistratura»; «nessuno riuscirà a dividerci in buoni e cattivi o in moderati e estremisti». E a proposito dei giudici, «non cederemo a nessun compromesso sui provvedimenti che riguardano il sistema giudiziario e la difesa dello Stato di diritto e della legalità. Lo faremo da forza di destra modernizzatrice, europea e legalitaria». Chiude Bocchino, confermando quanto già si immaginava: «Non è in programma per Mirabello l’annuncio di nessun partito, settembre sarà un mese delicato ed è bene che non ci siano scatti e strappi da parte di nessuno». Le ferite sono tante, l’abbandono della linea “prendere o lasciare” può rimarginarle. di Claudio Rizza Il Messaggero


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http://www.ultimenotizie.tv/notizie-politiche/i-finiani-garantiranno-la-fiducia-al-programma-del-pdl.html


Italo Bocchino

Italo Bocchino

Improvvisamente, è un altro film: per la prima volta addio insulti, tra finiani e berlusconiani si parla di politica. E’ basta la resa di Bossi, che dopo aver gridato ai quattro venti «elezioni!», ha chiuso il capitolo con voce più roca del solito: per ora il governo va avanti, con i finiani e senza l’Udc. Casini in realtà aveva sempre detto di no, ma viene usato per dimostrare che la Lega qualcosa ha ottenuto, col suo veto. E i finiani tirano un sospiro di sollievo perché nessuno, ma proprio nessuno dei contendenti, di qua e di là, sapeva più come uscirne. Nel silenzio di tomba dei tanti falchi berlusconiani, Silvano Moffa, uno degli interpreti più attenti tra i finiani doc, stappa una bottiglia: «Si è fatta strada la ragionevolezza, finalmente. Le elezioni erano nefaste per il Paese e non producenti per nessuno». Sicuramente nefaste per il Cavaliere e per Fini, con Bossi unico a guadagnarci. Il ritorno della politica produce già alcune prospettive. La conferma che il Futuro e libertà voterà sempre la fiducia al governo, che il programma sarà rispettato, e che si aspetta il confronto sui temi non concordati. L’altro punto è la ripresa del dialogo nel centro destra, dove i finiani notano che i “soggetti” da tre sono diventati quattro: il loro Fli, anche se partito non lo è ancora, il Pdl, la Lega e l’Mpa del siculo Lombardo.

Il centro destra ha cambiato pelle, e come ragiona Della Vedova ora ce ne sono due: una destra «costituzionalizzata» da Fini, che l’ha «emancipata dall’ancoraggio populistico-reazionario e antipolitico a cui sembravano condannate, nel continente, tutte le destre estranee alla tradizione liberal-popolare». Una destra più europea dello stesso Pdl, perché sui temi “sensibili” dei diritti, dell’immigrazione, della bio-politica e dell’identità civile, il Fli ha posizioni più vicine «al main stream liberal-conservatore europeo». Il centro destra berlusconiano è passato dal liberalismo al populismo, inseguendo la Lega.

Il dialogo dovrebbe prevedere, come si augura Giuseppe Consolo, un confronto diretto tra Berlusconi e Fini, «un dialogo da tenersi in assenza di altri interlocutori che mi sono apparsi sempre totalmente inutili, non avendo Berlusconi e Fini alcunché da imparare da questi ultimi». Stoccata dedicata ai pasdaran, con allusione diretta agli ex An.

Nel silenzio di Fini, che prepara l’intervento di Mirabello per il 5 settembre sperando che la tregua si faccia strada e che l’impazzimento sia finito, tocca a Bocchino mandare segnali inequivoci: «Noi facciamo parte del centrodestra, siamo ancorati a questa maggioranza, voteremo sempre la fiducia e tutti quei provvedimenti che fanno parte del programma di governo». Certo, «riguardo quei provvedimenti, invece, che non fanno parte del programma non siamo disposti ad accettare aut aut ma siamo pronti a discutere e a confrontarci». L’allargamento all’Udc non ci sarà, ma Bocchino rilancia, in nome della «logica tatarelliana», l’apertura all’area moderata, vale a dire a «tutte quelle forze che politicamente e culturalmente sono alternative al centrosinistra. Di questo si può sempre discutere». Sapendo bene che l’Udc ha sempre fatto un’opposizione non preconcetta, ed è disponibile ad appoggiare i provvedimenti del governo che ritiene utili ed equilibrati.

L’avvertimento più secco lo lancia Granata: «Siamo e restiamo forza autenticamente di destra, attenta e rispettosa degli altri poteri ad iniziare dalla magistratura»; «nessuno riuscirà a dividerci in buoni e cattivi o in moderati e estremisti». E a proposito dei giudici, «non cederemo a nessun compromesso sui provvedimenti che riguardano il sistema giudiziario e la difesa dello Stato di diritto e della legalità. Lo faremo da forza di destra modernizzatrice, europea e legalitaria». Chiude Bocchino, confermando quanto già si immaginava: «Non è in programma per Mirabello l’annuncio di nessun partito, settembre sarà un mese delicato ed è bene che non ci siano scatti e strappi da parte di nessuno». Le ferite sono tante, l’abbandono della linea “prendere o lasciare” può rimarginarle. di Claudio Rizza Il Messaggero


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Gianfranco Miccichè

Gianfranco Miccichè

«Noi andremo avanti sul partito siciliano fino alle estreme conseguenze». Gianfranco Miccichè, sottosegretario all’Economia, non molla e ieri, intervistato da una tv locale, conferma il suo progetto. «Se c’è qualcuno che non vuole più aderire a questo progetto, lo dicesse. E lo sto dicendo oggi che siamo a possibili pochi mesi da nuove elezioni politiche, lo dico se qualcuno immagina che ho fatto qualche passo indietro perché spaventato dalle nuove elezioni. Stiamo lavorando e molto». Miccichè sostiene che con Berlusconi non c’è mai stato attrito. «Ci incontriamo tutte le settimane e parliamo – spiega – purtroppo, due anni fa c’erano state delle tensioni tra di noi perché era stato ingannato dai ex miei amici di Forza Italia». «Tra Berlusconi e me c’è un rapporto come se fosse un caro parente, un rapporto ineludibile». Poi ha ribadito di incontrarlo tutte le settimane «perché, ricordo che sono sottosegretario e la gestione della cosa pubblica la si può fare soltanto se si parla con l’interlocutore». Il sottosegretario replica anche al presidente Lombardo che lo aveva invitato nei giorni scorsi a lasciare il Pdl e Berlusconi se voleva entrare nel nuovo governo: «Io lascio Berlusconi e Lombardo chi lascia? Il Pd chi lascia? Mi sembra di giocare al Monopoli o a Risiko». Per Miccichè quella di Lombardo «è una domanda alquanto curiosa, strana. Mi sembra un gioco piuttosto perverso della politica e dei palazzi su chi si deve avvicinare o allontanare di più, non considerando che ci sono dei problemi molto più ampi in Italia ma in Sicilia in particolare».

E sul Lombardo-quater, che dovrebbe essere nominato subito dopo le vacanze estive, come annunciato dallo stesso governatore, Miccichè spiega che «un governo si cambia quando c’è un motivo politico per cambiarlo. E io non intravedo a breve cambiamenti politici tali da immaginare un nuovo governo Lombardo. Non riesco a capire la motivazione del nuovo governo Lombardo. Devo essere sincero, ho abbastanza fiducia in Lombardo. Lui non mi ha mai parlato di un nuovo governo, mi sembrano più giochi di giornali e tv, di colonnelli. Lombardo, lo ribadisco, non mi ha mai parlato di tecnici o di modificare gli assessori del Pdl Sicilia nè di altre formazioni. Vorrei trascorrere le mie vacanze senza dovermi inventare problemi che non esistono».


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Futuro e libertà per l'Italia

Futuro e libertà per l'Italia

Futuro e libertà per l’Italia con sigla Fli non è solo un gruppo parlamentare di 33 deputati devoti a Fini ma una formazione politica che riparte dal Mezzogiorno grazie ai 322 circoli di Generazione Italia con coordinatori in ogni regione e nelle principali province. E non a caso, alla guida del laboratorio di Bocchino, sono stati nominati esponenti di spicco del movimento. Deputati, senatori, parlamentari europei. Antonio Buonfiglio nel Lazio, Enzo Rivellini in Campania, Enzo Raisi in Emilia, Giuseppe Scalia in Sicilia. Il partito di Fini non è un saluto nel buio. I fedelissimi di Fini si sono mossi per tempo dandosi, già da aprile, un’organizzazione sul territorio. Secondo il sondaggio politico di Crespi Ricerche commissionato da GI Futuro e libertà per l’Italia si attesterebbe al 9,5%, un dato che Emanuele Lauria de la Repubblica ritiene “forse un tantino esagerato”. Fatto sta che il sito web www.generazioneitalia.it conta diecimila iscritti alla newsletter e 12 mila visitatori unici al giorno.

Il partito di Fini sa bene che dovrà cominciare a fare politica dal Sud visto che 22 dei 33 finiani sono stati eletti nel Centro Sud e gran parte di loro risiedono in Sicilia dove Fini ha stretto un patto di ferro con il governatore Raffaele Lombardo del Mpa e ha tre assessori nella giunta regionale. A seguire c’è Lombardia e Campania. E’ chiaro che siamo di fronte a una compagine ben organizzata che già da venerdì si è messa in coda allo sportello del Banco di Napoli alla Camera per chiedere di bloccare il versamento mensile di 800 euro al Pdl mentre salgono i malumori tra i berluscone che hanno sferrato l’attacco al bersaglio grosso: il tesoretto della vecchia Alleanza Nazionale (76,9 milioni di patrimonio netto, 300 milioni di valore degli immobili) affidato a un’associazione gestita da due finiani: Francesco Pontone guida il comitato esecutivo, Donato La Morte il collegio dei garanti. “Perché tutto quello che apparteneva all’ex An, ivi incluso il Secolo d’Italia, deve restare nella esclusiva disponibilità di una minoranza?“, chiede il deputato del Pdl Marco Marsilio. Dando corpo al dubbio più radicato, negli ex colonnelli di Fini: che Gianfranco voglia utilizzare quelle risorse per lanciare e far radicare il nuovo partito sul territorio.


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Futuro e libertà per l'Italia

Futuro e libertà per l'Italia

«Può dire quel che vuole, oramai. Sulle mie dimissioni in concreto non può far nulla. Ho le mani libere, ci confronteremo in Parlamento, lo attendo lì». E dalla Camera, come scandisce nei quattro minuti più tesi della sua vita, passerà solo ciò che «dav-vero» sarà nel «solco del programma». Non tutto il resto. Su tutto, comunque, dovranno sedere al tavolo, bussare alla porta. A cominciare da quel processo breve che i berlusconiani ortodossi hanno preteso di calendarizzare d’urgenza per la ripresa di settembre. Quando da Palazzo Grazioli partono le ultime, consuete, serali bordate del Cavaliere all’indirizzo del presidente della Camera, Fini scrolla le spalle, non ha voglia di commentarle neanche con i suoi. Acqua passata, storia chiusa. Anzi, raccontano che la notizia degli ultimi sondaggi del premier che danno a “Futuro e libertà” non più dell’1-3 per cento regalerà all’inquilino di Montecitorio l’unico sorriso al termine di una giornata da adrenalina a mille. Giornata in cui verrà consumata, con la conferenza stampa lampo all’hotel Minerva, la terza svolta traumatica della sua vita.

Dopo Fiuggi, dopo lo scioglimento di An nel Pdl appena sedici mesi fa. La tensione si smorza solo al tramonto, al termine dei dolorosi funerali dei due militari italiani in Santa Maria degli Angeli. Uscendo dalla basilica, il presidente della Camera incassa gli applausi inattesi di alcune decine di cittadini: «Bravo», «Mandalo a casa», «Viva la democrazia». Segnali che contano, di questi tempi. E di tensione sì che ne aveva accumulato, fin dal mattino. Isolamento totale nel suo studio per scrivere le due cartelle al fulmicotone. Discorso amaro, segnato dai passaggi violentissimi sulla concezione berlusconiana «non propriamente liberale della democrazia», sulla sua «logica aziendale, da cda». Fino all’avvertimento finale sull’argine ai provvedimenti «ingiusti o lesivi dell’interesse generale».

A cosa faccia riferimento in quella chiosa nessuno ha dubbi, tra i suoi. «Semplice: discuteremo su tutto» arringa in Transatlantico Italo Bocchino. Più circostanziato Fabio Granata: «Punto primo, il processo breve nonè nel programma. Secondo, ci sono, ma andranno discusse punto per punto le riforme della giustizia e sul federalismo».

Nessuna mannaia scriteriata castiga-pm, insomma, né decreti in salsa leghista che penalizzino il Mezzogiorno, è il sottotitolo del messaggio di Fini. Per non dire del ddl sulla cittadinanza o del testamento biologico, quando anche quei due testi assai cari alla presidenza della Camera approderanno in aula. Un avviso di sostegno condizionato a Palazzo Chigi che, da ieri, fa dormire sonni poco tranquilli ai finiani più di governo che di lotta, Ronchi e Urso, comunque schierati col loro leader. A tutti quelli che riceve, di ora in ora, lui assicura che «non sarà una riedizione di An, stiamo dando vita a qualcosa di veramente nuovo». Nel via vai della presidenza, il gioco di società del giorno è il sondaggio sul nome del gruppo. Alla fine la spunta Luca Barbareschi.

La squadra dei 33 di «Futuro e libertà» non è stata ancora annunciata in aula dal vice presidente della Camera Lupi che all’agenzia di Montecitorio del Banco di Napoli sfilano già alla spicciolata i finiani che dispongono il blocco del versamento mensile da 800 euro al Pdl. Fini nel frattempo riesce a chiudere anche la partita al Senato. Avevano firmato in otto, ne occorrono dieci. Il presidente si occupa personalmente di «convincere» gli incerti, Barbara Contini, ex governatrice a Nassirya, il sottosegretario Pasquale Viespoli. Ma quanta delusione quando a voltargli le spalle,a Palazzo Madama, è il sottosegretario Andrea Augello. Raffaele Lombardo, con cui i finiani governano in Sicilia, arriva a Roma, sente a lungo il presidente della Camera, e assicura che i suoi parlamentari daranno man forte. Prontia un «prestito» al Senato, se sarà necessario. «Ce l’abbiamo fatta da soli – lo ringrazierà Fini in serata – era importante dare un segnale di autosufficienza». di Carmelo Lopapa la Repubblica

Futuro e Libertà per l’Italia. Il nome del nuovo gruppo finiano alla Camera, dopo un dibattito interno, è nato della fantasia del deputato e attore Luca Barbareschi. Capogruppo provvisorio è Giorgio Conte, ingegnere vicentino, deputato dal 10 giugno: è subentrato a Elisabetta Gardini.


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Futuro e libertà per l'Italia

Futuro e libertà per l'Italia

«Può dire quel che vuole, oramai. Sulle mie dimissioni in concreto non può far nulla. Ho le mani libere, ci confronteremo in Parlamento, lo attendo lì». E dalla Camera, come scandisce nei quattro minuti più tesi della sua vita, passerà solo ciò che «dav-vero» sarà nel «solco del programma». Non tutto il resto. Su tutto, comunque, dovranno sedere al tavolo, bussare alla porta. A cominciare da quel processo breve che i berlusconiani ortodossi hanno preteso di calendarizzare d’urgenza per la ripresa di settembre. Quando da Palazzo Grazioli partono le ultime, consuete, serali bordate del Cavaliere all’indirizzo del presidente della Camera, Fini scrolla le spalle, non ha voglia di commentarle neanche con i suoi. Acqua passata, storia chiusa. Anzi, raccontano che la notizia degli ultimi sondaggi del premier che danno a “Futuro e libertà” non più dell’1-3 per cento regalerà all’inquilino di Montecitorio l’unico sorriso al termine di una giornata da adrenalina a mille. Giornata in cui verrà consumata, con la conferenza stampa lampo all’hotel Minerva, la terza svolta traumatica della sua vita.

Dopo Fiuggi, dopo lo scioglimento di An nel Pdl appena sedici mesi fa. La tensione si smorza solo al tramonto, al termine dei dolorosi funerali dei due militari italiani in Santa Maria degli Angeli. Uscendo dalla basilica, il presidente della Camera incassa gli applausi inattesi di alcune decine di cittadini: «Bravo», «Mandalo a casa», «Viva la democrazia». Segnali che contano, di questi tempi. E di tensione sì che ne aveva accumulato, fin dal mattino. Isolamento totale nel suo studio per scrivere le due cartelle al fulmicotone. Discorso amaro, segnato dai passaggi violentissimi sulla concezione berlusconiana «non propriamente liberale della democrazia», sulla sua «logica aziendale, da cda». Fino all’avvertimento finale sull’argine ai provvedimenti «ingiusti o lesivi dell’interesse generale».

A cosa faccia riferimento in quella chiosa nessuno ha dubbi, tra i suoi. «Semplice: discuteremo su tutto» arringa in Transatlantico Italo Bocchino. Più circostanziato Fabio Granata: «Punto primo, il processo breve nonè nel programma. Secondo, ci sono, ma andranno discusse punto per punto le riforme della giustizia e sul federalismo».

Nessuna mannaia scriteriata castiga-pm, insomma, né decreti in salsa leghista che penalizzino il Mezzogiorno, è il sottotitolo del messaggio di Fini. Per non dire del ddl sulla cittadinanza o del testamento biologico, quando anche quei due testi assai cari alla presidenza della Camera approderanno in aula. Un avviso di sostegno condizionato a Palazzo Chigi che, da ieri, fa dormire sonni poco tranquilli ai finiani più di governo che di lotta, Ronchi e Urso, comunque schierati col loro leader. A tutti quelli che riceve, di ora in ora, lui assicura che «non sarà una riedizione di An, stiamo dando vita a qualcosa di veramente nuovo». Nel via vai della presidenza, il gioco di società del giorno è il sondaggio sul nome del gruppo. Alla fine la spunta Luca Barbareschi.

La squadra dei 33 di «Futuro e libertà» non è stata ancora annunciata in aula dal vice presidente della Camera Lupi che all’agenzia di Montecitorio del Banco di Napoli sfilano già alla spicciolata i finiani che dispongono il blocco del versamento mensile da 800 euro al Pdl. Fini nel frattempo riesce a chiudere anche la partita al Senato. Avevano firmato in otto, ne occorrono dieci. Il presidente si occupa personalmente di «convincere» gli incerti, Barbara Contini, ex governatrice a Nassirya, il sottosegretario Pasquale Viespoli. Ma quanta delusione quando a voltargli le spalle,a Palazzo Madama, è il sottosegretario Andrea Augello. Raffaele Lombardo, con cui i finiani governano in Sicilia, arriva a Roma, sente a lungo il presidente della Camera, e assicura che i suoi parlamentari daranno man forte. Prontia un «prestito» al Senato, se sarà necessario. «Ce l’abbiamo fatta da soli – lo ringrazierà Fini in serata – era importante dare un segnale di autosufficienza». di Carmelo Lopapa la Repubblica

Futuro e Libertà per l’Italia. Il nome del nuovo gruppo finiano alla Camera, dopo un dibattito interno, è nato della fantasia del deputato e attore Luca Barbareschi. Capogruppo provvisorio è Giorgio Conte, ingegnere vicentino, deputato dal 10 giugno: è subentrato a Elisabetta Gardini.


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