10/09/2010

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Archivio per la categoria ‘Roberto Calderoli’

Renato Schifani contestato alla festa del Pd

Renato Schifani contestato alla festa del Pd

Manca poco alle 17 a Torino, alla festa del Pd. Ma la contestazione dei grillini a Renato Schifani, chiamato ad un dibattito con l’ex segretario Piero Fassino, monta da ore. I seguaci del Movimento a Cinque stelle urlano «fuori la mafia dallo Stato», Fassino parla di squadrismo e lo stesso Schifani interviene: «Siete un esempio di antidemocrazia perchè volete impedire a due personalità politiche di parlare. Siete voi che volete sconfiggere la democrazia. Non saranno i vostri fischi a impedirmi di parlare in questa assise che rispetto e all’interno di un partito che rispetto e anzi sono onorato di essere stato invitato», ha scandito il presidente di Palazzo Madama. Parla anche Fassino mentre polizia e servizio d’ordine cercano inutilmente di zittire i contestatori: «La festa del Pd è un luogo dove si discute e si mettono a confronto delle idee perchè è un luogo dove si invitano anche delle persone che la pensano diversamente da noi». E alla fine: «Chi si comporta in questo modo pensando di fare la lotta a Berlusconi fa la lotta al centrosinistra. Peraltro sono gli stessi che hanno fatto perdere al centrosinistra la Regione Piemonte. È dimostrato che se si vuole essere più a sinistra di tutti si riesce ad essere ascari della destra».

Una scena inqualificabile, dunque, che provoca la durissima presa di posizione del capo dello Stato: «Il tentativo di impedire con intimidatorie gazzarre il libero svolgimento di manifestazioni e discorsi politici – afferma il capo dello Stato – è un segno dell’allarmante degenerazione che caratterizza i comportamenti di gruppi sia pur minoritari, incapaci di rispettare il principio del libero e democratico confronto e di riconoscere nel Parlamento e nella stessa magistratura le istituzioni cui è affidata nel sistema democratico ogni chiarificazione e ricerca di verità». Napolitano tiene a sottolineare: «Deploro vivamente l’episodio verificatosi a Torino ai danni del presidente del Senato e ogni forma di contestazione aggressiva, sia verso figure di particolare responsabilità istituzionale, sia verso qualsiasi esponente politico nell’esercizio della sua inconfutabile libertà di parola e di opinione». Solidarietà a Schifani viene espressa anche da Fini che parla di «intollerabile contestazione», mentre telefonate pure di solidarietà arrivano da Pierferdinando Casini e Francesco Rutelli.

Molto duro anche il commento del leader del Pd, Pierluigi Bersani che pure ha telefonato al presidente del Senato «per esprimere solidarietà e profondo rammarico per quello che è avvenuto a Torino, stigmatizzando la gazzarra indecente che ha disturbato il dibattito. Il dibattito politico, anche il più aspro – afferma Bersani – deve segnare un confine netto con la prepotenza e la prevaricazione. Le nostre feste vivono come luoghi aperti di incontro e di discussione politica. Così le abbiamo volute, così sono e saranno. Qualcuno si levi dalla testa di poterci intimorire o farci derogare da questa scelta».

Ma il ministro leghista della Semplificazione, Roberto Calderoli, chiede le dimissioni di Bersani e il Pdl punta l’indice contro il clima di intolleranza alimentato, a suo giudizio, proprio dalle recenti affermazioni di Bersani sulla «fogna berlusconiana». Così Fabrizio Cicchitto: «Quello che è successo a Torino è il frutto del clima infame che Di Pietro e una parte della sinistra stanno creando nel Paese. C’è il rischio elevatissimo che siamo appena all’inizio». Sulla stessa falsariga il ministro Sandro Bondi: «Desidero esprimere la mia solidarietà al presidente del Senato Renato Schifani, il quale ha l’unico torto di credere nelle ragioni del confronto e del dialogo.

Dopo questo grave episodio il Pd non potrà più evitare di fare i conti seriamente con l’estremismo forcaiolo di Di Pietro e di altre componenti radicali della sinistra, nutrite unicamente di odio verso gli avversari politici». Lo dichiara il coordinatore del Pdl, Sandro Bondi, ministro dei Beni culturali. Mentre il del Pdl, Capezzone, puntualizza: «Dopo che Bersani ha scelto di toccare il fondo usando la parola ”fogna” per riferirsi al centro-destra e alla politica della maggioranza, il Pd non ha il diritto di stupirsi (o di scansare le responsabilità) per l’indegna aggressione dei grillini contro il Presidente Schifani, a cui esprimo totale solidarietà. Ormai, a sinistra, c’è una rincorsa verso il peggio: guidano Di Pietro e i grillini, segue il Pd. Ma è una gara avvilente».

A tutti replica Beppe Grillo, secondo il quale quello che è accaduto a Torino «è solo l’inizio della fine»: «A Torino, Fassino ha parlato di squadrismo e Morfeo Napolitano di gazzarra intimidatoria. Io parlerei piuttosto -scrive Grillo- del fatto che gli italiani si sono stancati di essere sempre presi per il c….». E anche Antonio Di Pietro difende i contestatori: «Stiamo dalla parte dei contestatori che sono semplicemente difensori del legalità, della democrazia e degli onesti cittadini. È ora di dire basta a questa ipocrisia imperante». di R.Pol.


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Fabio Granata e Italo Bocchino

Fabio Granata e Italo Bocchino

La tregua nel Pdl è fragile e gli ex colonelli di An, Ignazio La Russa in testa, non sembrano a corto di benzina così come i pasdaran finiani alla Fabio Granata. Il risultato un’altra giornata di accuse sulla possibile compatibilità tra incarichi di partito e appartenenza ad un gruppo che ormai è collocato fuori dal Pdl. La convocazione dei finiani con ruoli nel Pdl per la prossima settimana, annunciata da uno dei tre coordinatori del partito, ha riportato a zero i tentativi di ricucitura, anche se a metà mattinata è intervenuto il capogruppo del Pdl Fabrizio Cicchitto a gettare acqua sul fuoco invocando la politica: «Nella storia politica del Paese, non è mai esistito un partito con due gruppi parlamentari – ha sostenuto il capogruppo aggiungendo però che «se si vuole che, in attesa di un chiarimento globale, venga per tutta una fase in un certo senso sospeso lo statuto, la risposta non può non essere affidata alla politica». D’altra parte gettare benzina mentre la Lega è stata autorizzata da Berlusconi a tentare l’ennesima mediazione con Fini, non ha senso. Mediazione che ieri Bossi ha però sfilato dalle mani del ministro Calderoli per assegnarla al presidente del Piemonte Roberto Cota: «Ho mandato Cota da Fini a sentire se e come si può aiutare ad unire più che a rompere, si incontreranno la prossima settimana. Bossi è ottimista e sostiene che «Fini manterrà la parola, adesso tutti hanno visto che si può andare anche alle elezioni», tuttavia «se avvenisse che non ci sono i voti stavolta si va al voto davvero». Bossi, che esclude qualsiasi modifica della legge elettorale, sostiene anche che «Berlusconi è un perseguitato» dalla giustizia e che «queste cose danno fastidio alla gente comune».

Comunque sia il nodo resta sempre quello dei 5 punti proposti da Berlusconi e da votare in aula alla ripresa e Cicchitto ribadisce come quello sia il passaggio fondamentale perché tra quelli «c’è anche la riforma della giustizia» e solo allora si verificherà se «c’è il loro impegno positivo ai vari livelli politico-parlamentari su cui si svolgerà il confronto (mozione complessiva, singoli disegni di legge, conseguenti voti di fiducia), oppure se essi si attesteranno su formule negative o ambigue volte rispettivamente alla caduta o al logoramento del governo Berlusconi». Sul fatto che il problema degli incarichi di partito e del gruppo parlamentare venga dopo si schiera un altro coordinatore del Pdl. Secondo Denis Verdini il problema c’è ma «ora come ora devono prevalere senso di responsabilità e interesse del Paese».

Frena, ma ribadisce il punto, Ignazio La Russa: «Cicchitto ha ragione, la questione non è prioritaria e per questo sarà affrontata con calma». Però «non è procastinabile e su questo Cicchitto è d’accordo con me». Sulla linea morbida si colloca il sindaco di Roma Gianni Alemanno perché «le scelte politiche devono essere precedenti e molto più importanti di qualsiasi scelta di carattere burocratico o disciplinare all’interno del partito». Drastico invece il berlusconiano Mario Valducci secondo il quale «non si può tenere un piede in due scarpe: quelli di Futuro e Libertà decidano se stare dentro il Pdl o starne fuori».

Per il sottosegretario Francesco Giro «l’iniziativa annunciata da La Russa non ha alcun proposito punitivo, ma è motivata dal buon senso e dalla logica. Non possono esistere due gruppi parlamentari e un partito. Significherebbe aver parlamentarizzato il correntismo».

A gettare acqua sul fuoco provvede invece il senatore finiano Silvano Moffa, che da giorni tiene il filo del dialogo con i colleghi di partito. L’incompatibilità degli incarichi di partito, spiega, «è una questione che non ha senso. Mi sembra che pian piano prevalga il buon senso, perché le parole di Cicchitto che antepongono le questioni programmatiche enunciate da Berlusconi alle questioni interne di partito siano ragionevoli».

Tra i pontieri anche Giuseppe Consolo: «Non è tempo di discussioni – sostiene – mettersi in contrasto con gli amici del Pdl per specifici distinguo mi sembra non sia nell’interesse del centrodestra, del governo e soprattutto del paese. Il nostro leader, Gianfranco Fini, spiegherà il 5 settembre a Mirabello la posizione di Futuro e Libertà con la chiarezza che lo contraddistingue». «Nel Pdl c’è chi fa il piromane – attacca Carmelo Briguglio – comunque noi andremo se saremo convocati».

A tenere alta la tensione provvede Italo Bocchino: «Non accettiamo aut aut», premette il capogruppo di Fli a Montecitorio, sottolineando che il vero e unico nodo da sciogliere è il documento con cui il Pdl ha sancito «l’incompatibilità politica» di Fini. «Il nostro voto sulla mozione – aggiunge – è annunciato e scontato: la condividiamo nel merito al 95%, ma nessuno può impedirci di esprimere i nostri ”se” e i nostri ”ma” sul restante 5%». di Re.Pol. Corriere Adriatico


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Fabio Granata e Italo Bocchino

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La tregua nel Pdl è fragile e gli ex colonelli di An, Ignazio La Russa in testa, non sembrano a corto di benzina così come i pasdaran finiani alla Fabio Granata. Il risultato un’altra giornata di accuse sulla possibile compatibilità tra incarichi di partito e appartenenza ad un gruppo che ormai è collocato fuori dal Pdl. La convocazione dei finiani con ruoli nel Pdl per la prossima settimana, annunciata da uno dei tre coordinatori del partito, ha riportato a zero i tentativi di ricucitura, anche se a metà mattinata è intervenuto il capogruppo del Pdl Fabrizio Cicchitto a gettare acqua sul fuoco invocando la politica: «Nella storia politica del Paese, non è mai esistito un partito con due gruppi parlamentari – ha sostenuto il capogruppo aggiungendo però che «se si vuole che, in attesa di un chiarimento globale, venga per tutta una fase in un certo senso sospeso lo statuto, la risposta non può non essere affidata alla politica». D’altra parte gettare benzina mentre la Lega è stata autorizzata da Berlusconi a tentare l’ennesima mediazione con Fini, non ha senso. Mediazione che ieri Bossi ha però sfilato dalle mani del ministro Calderoli per assegnarla al presidente del Piemonte Roberto Cota: «Ho mandato Cota da Fini a sentire se e come si può aiutare ad unire più che a rompere, si incontreranno la prossima settimana. Bossi è ottimista e sostiene che «Fini manterrà la parola, adesso tutti hanno visto che si può andare anche alle elezioni», tuttavia «se avvenisse che non ci sono i voti stavolta si va al voto davvero». Bossi, che esclude qualsiasi modifica della legge elettorale, sostiene anche che «Berlusconi è un perseguitato» dalla giustizia e che «queste cose danno fastidio alla gente comune».

Comunque sia il nodo resta sempre quello dei 5 punti proposti da Berlusconi e da votare in aula alla ripresa e Cicchitto ribadisce come quello sia il passaggio fondamentale perché tra quelli «c’è anche la riforma della giustizia» e solo allora si verificherà se «c’è il loro impegno positivo ai vari livelli politico-parlamentari su cui si svolgerà il confronto (mozione complessiva, singoli disegni di legge, conseguenti voti di fiducia), oppure se essi si attesteranno su formule negative o ambigue volte rispettivamente alla caduta o al logoramento del governo Berlusconi». Sul fatto che il problema degli incarichi di partito e del gruppo parlamentare venga dopo si schiera un altro coordinatore del Pdl. Secondo Denis Verdini il problema c’è ma «ora come ora devono prevalere senso di responsabilità e interesse del Paese».

Frena, ma ribadisce il punto, Ignazio La Russa: «Cicchitto ha ragione, la questione non è prioritaria e per questo sarà affrontata con calma». Però «non è procastinabile e su questo Cicchitto è d’accordo con me». Sulla linea morbida si colloca il sindaco di Roma Gianni Alemanno perché «le scelte politiche devono essere precedenti e molto più importanti di qualsiasi scelta di carattere burocratico o disciplinare all’interno del partito». Drastico invece il berlusconiano Mario Valducci secondo il quale «non si può tenere un piede in due scarpe: quelli di Futuro e Libertà decidano se stare dentro il Pdl o starne fuori».

Per il sottosegretario Francesco Giro «l’iniziativa annunciata da La Russa non ha alcun proposito punitivo, ma è motivata dal buon senso e dalla logica. Non possono esistere due gruppi parlamentari e un partito. Significherebbe aver parlamentarizzato il correntismo».

A gettare acqua sul fuoco provvede invece il senatore finiano Silvano Moffa, che da giorni tiene il filo del dialogo con i colleghi di partito. L’incompatibilità degli incarichi di partito, spiega, «è una questione che non ha senso. Mi sembra che pian piano prevalga il buon senso, perché le parole di Cicchitto che antepongono le questioni programmatiche enunciate da Berlusconi alle questioni interne di partito siano ragionevoli».

Tra i pontieri anche Giuseppe Consolo: «Non è tempo di discussioni – sostiene – mettersi in contrasto con gli amici del Pdl per specifici distinguo mi sembra non sia nell’interesse del centrodestra, del governo e soprattutto del paese. Il nostro leader, Gianfranco Fini, spiegherà il 5 settembre a Mirabello la posizione di Futuro e Libertà con la chiarezza che lo contraddistingue». «Nel Pdl c’è chi fa il piromane – attacca Carmelo Briguglio – comunque noi andremo se saremo convocati».

A tenere alta la tensione provvede Italo Bocchino: «Non accettiamo aut aut», premette il capogruppo di Fli a Montecitorio, sottolineando che il vero e unico nodo da sciogliere è il documento con cui il Pdl ha sancito «l’incompatibilità politica» di Fini. «Il nostro voto sulla mozione – aggiunge – è annunciato e scontato: la condividiamo nel merito al 95%, ma nessuno può impedirci di esprimere i nostri ”se” e i nostri ”ma” sul restante 5%». di Re.Pol. Corriere Adriatico


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Umberto Bossi e Silvio Berlusconi

Umberto Bossi e Silvio Berlusconi

«Si va avanti così, ma senza Casini». Questa la prima scarna dichiarazione di Umberto Bossi quando ha lasciato l’atteso vertice nella villa del Cavaliere sul lago Maggiore, in cui si è affrontato il tema dell’eventuale allargamento della maggioranza all’Udc o del ricorso – insistentemente richiesto dalla Lega – al voto anticipato. Nelle sette parole del Senatùr l’ammissione, se non di una sconfitta, di una battuta d’arresto, per quanto riguarda la richiesta di elezioni addirittura entro dicembre o a inizio 2011. Ma, insieme, l’affermazione di essere riusciti a tenere fuori dal recinto della maggioranza l’Udc, ultimamente assai corteggiata dagli uomini del Cavaliere. Interrogato dai giornalisti all’esterno della villa sull’improvvisa evaporazione del tema più caldeggiato dalla Lega, cioè quello delle elezioni, il leader del Carroccio ha laconicamente soggiunto: «No, al momento, non se ne fa niente». Dove l’inciso temporale ”al momento“ sembra voler salvare, agli occhi del mondo, mettendola in riserva, la ”ferrea“ determinazione dei Lumbard di andare allo show down elettorale. A cercare di allontanare l’impressione di una marcia indietro anche un altro leghista di spicco reduce dal vertice come Roberto Calderoli: «Non abbiamo mai auspicato elezioni, le avremmo subite». Ha detto il ministro della Semplificazione, «però – ha aggiunto, sottolineando il veto del Carroccio all’allargamento della maggioranza al centro – è chiaro che il momento in cui non c’è una maggioranza, non vai a cercarne un’altra fuori. Altrimenti diventa prima Repubblica».

Determinato a non accreditare cambi di rotta nella strategia leghista sull’obiettivo elezioni, Calderoli aggiungeva: «Abbiamo denunciato un pericolo. Per tutto il mese ho ripetuto di aver parlato con Ronchi per potere incontrare Fini dopo la ripresa per un confronto sui contenuti. Perché – ha osservato il ministro – se vogliamo le riforme si deve passare da un discorso individuale e di partito a un discorso nell’interesse di tutti». Ultimo tra i leghisti a intervenire sull’argomento il governatore della Regione Piemonte, che ha inteso precisare: «Noi non chiedevamo le elezioni a tutti i costi. Bossi ha detto: o questa maggioranza ha i numeri per governare oppure si va al voto. Un’alternativa non è possibile. La gente non vuole pasticci, non vuole cose poco chiare. E per noi non c’è spazio per cose poco chiare».

E della ”chiarezza“, almeno interlocutoria, fatta al vertice di Villa Campari – cui hanno partecipato oltre a Berlusconi, il ministro Tremonti, il coordinatore del Pdl Verdini e l’avvocato del premier Ghedini, con la rappresentanza della Lega costituita da Bossi, dai ministri Calderoli e Maroni, dal governatore Cota e dal capogruppo al Senato Bricolo – sembra compiacersi Fabrizio Cicchitto: «Dalla riunione di Berlusconi con la Lega – afferma il capogruppo pdl alla Camera – emerge l’intento positivo di continuare a governare tenendo conto del voto del 2008 e dei gravissimi problemi che si ripropongono a livello dell’economia internazionale».

A questa premessa Cicchitto accosta il delicato tema del rapporto con i finiani in Parlamento, osservando che «i cinque punti programmatici recentemente proposti costituiscono la materia di una duplice verifica parlamentare: quella che deve avvenire attraverso una mozione, e quella che si estrinsecherà attraverso la presentazione di conseguenti disegni di legge». «A questo punto – è la conclusione del presidente dei deputati del Pdl – si vedrà il senso di responsabilità dei finiani, ferma rimanendo l’esistenza di significative valutazioni politiche diverse su una serie di questioni. In questo contesto – sottolinea infine Cicchitto, tenendo vive le aperture di questi giorni nei confronti del partito di Casini – l’Udc rimane all’opposizione, ma certamente si deve prendere atto che essa ha un’impostazione assai diversa da quella dell’Italia dei Valori e del Pd e che ciò potrà consentire la convergenza su alcuni temi molto significativi».

A chiosare i risultati del vertice di ieri, interviene anche il portavoce del premier Paolo Bonaiuti: «Berlusconi – dice il sottosegretario alla presidenza del Consiglio – è soddisfatto, come sempre non poteva mancare l’accordo con Bossi e con la Lega». di Mario Stanganelli © Il Messaggero


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http://www.ultimenotizie.tv/notizie-politiche/intesa-berlusconi-bossi-niente-elezioni-il-governo-va-avanti-senza-soccorsi-esterni.html


Umberto Bossi e Silvio Berlusconi

Umberto Bossi e Silvio Berlusconi

«Si va avanti così, ma senza Casini». Questa la prima scarna dichiarazione di Umberto Bossi quando ha lasciato l’atteso vertice nella villa del Cavaliere sul lago Maggiore, in cui si è affrontato il tema dell’eventuale allargamento della maggioranza all’Udc o del ricorso – insistentemente richiesto dalla Lega – al voto anticipato. Nelle sette parole del Senatùr l’ammissione, se non di una sconfitta, di una battuta d’arresto, per quanto riguarda la richiesta di elezioni addirittura entro dicembre o a inizio 2011. Ma, insieme, l’affermazione di essere riusciti a tenere fuori dal recinto della maggioranza l’Udc, ultimamente assai corteggiata dagli uomini del Cavaliere. Interrogato dai giornalisti all’esterno della villa sull’improvvisa evaporazione del tema più caldeggiato dalla Lega, cioè quello delle elezioni, il leader del Carroccio ha laconicamente soggiunto: «No, al momento, non se ne fa niente». Dove l’inciso temporale ”al momento“ sembra voler salvare, agli occhi del mondo, mettendola in riserva, la ”ferrea“ determinazione dei Lumbard di andare allo show down elettorale. A cercare di allontanare l’impressione di una marcia indietro anche un altro leghista di spicco reduce dal vertice come Roberto Calderoli: «Non abbiamo mai auspicato elezioni, le avremmo subite». Ha detto il ministro della Semplificazione, «però – ha aggiunto, sottolineando il veto del Carroccio all’allargamento della maggioranza al centro – è chiaro che il momento in cui non c’è una maggioranza, non vai a cercarne un’altra fuori. Altrimenti diventa prima Repubblica».

Determinato a non accreditare cambi di rotta nella strategia leghista sull’obiettivo elezioni, Calderoli aggiungeva: «Abbiamo denunciato un pericolo. Per tutto il mese ho ripetuto di aver parlato con Ronchi per potere incontrare Fini dopo la ripresa per un confronto sui contenuti. Perché – ha osservato il ministro – se vogliamo le riforme si deve passare da un discorso individuale e di partito a un discorso nell’interesse di tutti». Ultimo tra i leghisti a intervenire sull’argomento il governatore della Regione Piemonte, che ha inteso precisare: «Noi non chiedevamo le elezioni a tutti i costi. Bossi ha detto: o questa maggioranza ha i numeri per governare oppure si va al voto. Un’alternativa non è possibile. La gente non vuole pasticci, non vuole cose poco chiare. E per noi non c’è spazio per cose poco chiare».

E della ”chiarezza“, almeno interlocutoria, fatta al vertice di Villa Campari – cui hanno partecipato oltre a Berlusconi, il ministro Tremonti, il coordinatore del Pdl Verdini e l’avvocato del premier Ghedini, con la rappresentanza della Lega costituita da Bossi, dai ministri Calderoli e Maroni, dal governatore Cota e dal capogruppo al Senato Bricolo – sembra compiacersi Fabrizio Cicchitto: «Dalla riunione di Berlusconi con la Lega – afferma il capogruppo pdl alla Camera – emerge l’intento positivo di continuare a governare tenendo conto del voto del 2008 e dei gravissimi problemi che si ripropongono a livello dell’economia internazionale».

A questa premessa Cicchitto accosta il delicato tema del rapporto con i finiani in Parlamento, osservando che «i cinque punti programmatici recentemente proposti costituiscono la materia di una duplice verifica parlamentare: quella che deve avvenire attraverso una mozione, e quella che si estrinsecherà attraverso la presentazione di conseguenti disegni di legge». «A questo punto – è la conclusione del presidente dei deputati del Pdl – si vedrà il senso di responsabilità dei finiani, ferma rimanendo l’esistenza di significative valutazioni politiche diverse su una serie di questioni. In questo contesto – sottolinea infine Cicchitto, tenendo vive le aperture di questi giorni nei confronti del partito di Casini – l’Udc rimane all’opposizione, ma certamente si deve prendere atto che essa ha un’impostazione assai diversa da quella dell’Italia dei Valori e del Pd e che ciò potrà consentire la convergenza su alcuni temi molto significativi».

A chiosare i risultati del vertice di ieri, interviene anche il portavoce del premier Paolo Bonaiuti: «Berlusconi – dice il sottosegretario alla presidenza del Consiglio – è soddisfatto, come sempre non poteva mancare l’accordo con Bossi e con la Lega». di Mario Stanganelli © Il Messaggero


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Pier Ferdinando Casini e Silvio Berlusconi

Pier Ferdinando Casini e Silvio Berlusconi

Tra le portate del pranzo che Berlusconi offrirà oggi a Bossi, Calderoli e Tremonti nella sua villa sul lago Maggiore ci sarà, oltre alla situazione determinata dallo strappo con Fini, il ventilato allargamento della maggioranza all’Udc, sulla quale è ancora scontro all’interno del Pdl. Il secco niet, condito da insulti, del Senatùr a Casini, non ha chiuso la questione, tant’è che due ex An rimasti fedeli al Cavaliere come Matteoli e Alemanno l’hanno riproposta ieri nei loro interventi. Il ministro delle Infrastrutture, che dice di attendere il discorso che il presidente della Camera terrà il 5 settembre a Mirabello per misurare il tasso di lealtà del gruppo di Futuro e libertà verso il governo, afferma che con l’Udc «un tentativo si deve fare. E’ stata con noi per 14 anni, per Casini sarebbe un ritorno a casa, il suo elettorato guarda al centrodestra». Identica considerazione sull’esperienza di governo passata insieme, quella di Gianni Alemanno che afferma: «Non ci sarebbe nulla di strano nell’avere uno schieramento di centrodestra in cui Lega e Udc superino i veti reciproci. Ci sono molte tematiche, dal quoziente familiare alla sussidiarietà su cui ci può essere un grande incontro con l’Udc». Quanto alle probabilità che la maggioranza superi l’attuale crisi, il sindaco di Roma le dà «al 50 per cento. Credo – aggiunge – che ci siano molti finiani moderati interessati a non rinnegare il patto con gli elettori».

A quietare le acque non sembra però contribuire molto una ”lettera aperta“ di ”FareFuturo“ ai «berlusconiani moderati», nella quale, partendo dallo stravolgimento dei modelli di riferimento esteri del premier – passati da Reagan e la Thatcher a Putin e Gheddafi – si parla di «tradimento della rivoluzione liberale promessa dal Berlusconi del ’94». Segue l’interrogativo retorico rivolto ai ”moderati“ del Cavaliere: «Davvero pensate che la rivoluzione liberale possa essere appaltata alla Lega, con i suoi medici e presidi spia, i respingimenti in mare, i conflitti con le Nazioni Unite, le schedature?». La replica dei Lumbard è toccata ieri al governatore del Piemonte Cota, che ha anticipato gli argomenti che, con ogni probabilità saranno gli stessi che userà Bossi nel vertice di oggi col premier: «Nella maggioranza non c’è spazio per l’Udc, che anche in Piemonte si è messa contro la Lega e contro il federalismo. Se la maggioranza non c’è più si torna a votare». E ”subito al voto“ era ieri il titolo a tutta pagina della ”Padania“, con in fila le foto degli otto maggiori esponenti dell’Udc e la scritta: ”Comprereste un’auto usata da uno di loro?». Nella pagina accanto una ”lettera aperta“ titolata ”Non vogliamo Casini», firmato ”I Padani“. Per l’Udc risponde a muso duro Rocco Buttiglione: «Basta con gli attacchi alla Dc e alla prima Repubblica. Nel fango della prima Repubblica – osserva il professore – Umberto Bossi ci sguazzava benissimo e prendeva le tangenti».
Nonostante l’aperta opposizione dell’alleato leghista all’allargamento della maggioranza, a mostrare fiducia nell’ipotesi è Sandro Bondi: «Questo è il momento giusto per dialogare con l’Udc che fa un’opposizione diversa dalla sinistra», dice il coordinatore nazionale del Pdl, aggiungendo che «gli insulti e le polemiche non sono mai buone ragioni, ma Berlusconi oggi con Bossi saprà far prevalere le buone ragioni».

L’accorciamento delle distanze è auspicato, da parte finiana, anche da Adolfo Urso: «Siamo ancora nel Pdl. Io – dice il viceministro allo Sviluppo – faccio parte dell’Ufficio di presidenza del partito nel quale sono stato eletto dal congresso, e solo un altro congresso può revocarmi da questo incarico». Mentre a indicare il crinale rispetto al quale si decideranno le sorti di maggioranza e governo è Fabrizio Cicchitto: «Questo non è il momento dei fuochi d’artificio – dice il capogruppo del Pdl – ma di iniziative politicamente serie e possibili. L’unica via seria per salvare la legislatura è quella di fare uno sforzo per riaggregare realmente la maggioranza uscita dalle urne del 2008 sui 5 punti programmatici proposti da Berlusconi. Il primo di essi che viene silurato o incagliato provoca l’automatico ricorso al corpo elettorale». di Mario Stanganelli Il Messaggero

La Rivoluzione liberale tradita

Dal punto di vista delle riforme economiche, “i governi di Silvio Berlusconi sono stati deludenti”, scrive Antonio Martino (uno non certo tacciabile di “finismo”) sul suo blog. Sempre sullo stesso tema, Marcello Pera ammette: “Berlusconi non e’ la Thatcher ne’ Reagan. Silvio ha come merito solo l’aver sconfitto la sinistra, da Occhetto in avanti”. E intanto i Tea Party, il movimento americano di rivolta contro le tasse, sbarcano in Italia, da nord a Sud, passando per Roma. Che non è Boston, sia chiaro. “Meno tasse e più libertà”, hanno gridato sabato in Piazza del Popolo i bostoniani de noantri. Un grido che facciamo nostro. “Siamo i liberali che il Governo ha tradito”, hanno detto gli organizzatori. Sono in buonissima compagnia, tra l’elettorato di centro destra.
Stamane, poi, arriva la mazzata finale, una specie di sentenza di condanna passata in giudicato: nel 2010 l’Italia ha una pressione fiscale (oltre il 43% del Pil) pari a quella di tredici anni fa, quando la sinistra ci impose l’Eurotassa. Siamo quinti in Europa (su 27): c’è poco da festeggiare. C’è anche la pena accessoria: l’Istat ci ha rivelato che nel 2009 la spesa pubblica ha sfiorato gli 800 miliardi di euro, ovvero il 52,5% del Pil.
Sono numeri. Che testimoniano un fatto, incontrovertibile: la Rivoluzione liberale è stata tradita. Dopo 16 anni, è giusto che qualcun altro sventoli quella bandiera. Chiunque esso sia. di Gianmario Mariniello Generazione Italia


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