06/09/2010

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Archivio per la categoria ‘Silvio Berlusconi’

Gianfranco Fini

Gianfranco Fini

«La situazione non regge ed è inutile illudersi. Prepariamoci per marzo». Silvio Berlusconi ha smesso di parlare in pubblico di elezioni anticipate, ed ha invitato alleati e collaboratori a fare altrettanto, ma ieri mattina mentre preparava l’ennesimo messaggio ai ”Promotori delle Libertà”, si è lasciato andare all’ennesimo sfogo contro Fini «traditore e ingrato» e contro Giorgio Napolitano che «chissà perché si occupa solo dei disegni di legge in materia di giustizia». Eppure quel passaggio sul ”processo-breve” e quell’invito ai ”finiani” a tornare garantendogli la candidatura, sono stati i due motivi che hanno spinto il Cavaliere ad intervenire alla vigilia dell’appuntamento di Mirabello. Una mossa puramente tattica che punta a sfilare a Fini, oltre a qualche parlamentare, anche uno degli argomenti che più si lega al tema legalità, divenuto vero e proprio cavallo di battaglia dell’ex leader di An contro il co-fondatore. D’altra parte l’annuncio del Cavaliere non è una novità. Le stesse parole le aveva pronunciate qualche giorno fa nel corso dell’ennesimo vertice con Ghedini e il ministro Alfano. Inoltre nel documento del 20 agosto, che contiene i 5 punti dell’agenda di governo, non è mai citato il ”processo-breve”. Infilarlo in questo momento nella mozione di fiducia avrebbe finito col catalizzare tutta la polemica interna al Pdl e ridurre la contrapposizione al solito tema: la giustizia.

D’altra parte ormai l’estenuante gioco del cerino tra Fini e Berlusconi – riassumibile in un volgarissimo ”mi hai cacciato dal Pdl”, ”no te ne sei andato tu” – è ormai entrato un argomento ben più importante. Ovvero la responsabilità delle fine anticipata della legislatura che, sondaggi alla mano, è molto poco gradita dal cittadino-elettore. Ovviamente Berlusconi conosce l’umore del proprio elettorato che, dopo aver affidato al centrodestra una maggioranza senza precedenti, non capirebbe la voglia di urne. Il Cavaliere è però convinto, e lo ripete spesso, che «così non si può andare avanti» e che la strategia di Fini, e non solo, è quella di «cuocermi a fuoco lento». Quindi se le urne non sono possibili ora, «si facciano a primavera». Addossando però al gruppo di Fini e ad una congiura di palazzo – dove i magistrati avranno sicuramente un ruolo – la responsabilità dell’interruzione.

Da Mirabello spiegano la momentanea archiviazione del ”processo-breve” evocando, come fa il finiano Briguglio «la volpe e l’uva». Certamente il ”no” dei finiani e le perplessità del Quirinale al ”processo-breve” devono aver giocato non poco, ma nessuna delle soluzioni alternative sono in grado di risolvere per sempre i problemi giudiziari del Cavaliere. Non lo è il legittimo impedimento-bis, che sposterebbe il problema di un altro anno. Non lo è il lodo costituzionale, visto che non passerebbe in aula con i due terzi e finirebbe nella tagliola del referendum confermativo. Molto faticoso anche l’iter del ”processo-lungo”. Comunque sia il premier, molto pragmaticamente, non si sottrae ad altre valutazioni e soluzioni, ma il ”processo-breve” resta un’arma sempre carica, qualora Berlusconi potrà dimostrare al proprio elettorato che per qualcuno il problema è lui e non è la soluzione all’eterno duello con la magistratura.

Stanco di essere sotto schiaffo per colpa delle toghe, Berlusconi, in assenza di soluzioni, non sembra aver cambiato l’obiettivo delle urne e poco influiscono i calcoli dell’avvocato Ghedini secondo il quale la Consulta si pronuncerà soltanto nel 2011 sul ”legittimo impedimento” e che comunque una soluzione è possibile solo con il concorso del Quirinale. «Altrimenti c’è il voto», ha sostenuto anche ieri Berlusconi nel messaggio ai Promotori della Brambilla. Eventualità più che concreta. «Guardo la campagna acquisti del Milan e capisco che Berlusconi vuole andare alle elezioni, altrimenti non avrebbe preso Ibrahimovic e Robinho», sostiene uno come Marco Follini, che di sfide al Cavaliere se ne intende sostiene.

Fatto sta che, a dispetto delle affermazioni di ieri del premier il ddl sul ”processo-breve”, già votato dal Senato, è stato già calendarizzato in commissione Giustizia della Camera. «La discussione comincerà mercoledì», conferma Enrico Costa, componente per il Pdl della commissione presieduta dalla finiana Giulia Bongiorno. «Ho impressione che presto chiederanno anche la calendarizzazione in aula», insiste Roberto Rao, che in quella stessa commissione siede per conto dell’Udc. di Marco Conti © Il Messaggero


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Niccolò Ghedini

Niccolò Ghedini

«Come sempre vengono pubblicate notizie coperte da segreto di indagine e senza alcun riscontro, al solo scopo di diffamare il Presidente Berlusconi». Scende in campo Niccolò Ghedini, avvocato del premier e parlamentare del Pdl. Una nota per smentire la notizia della nuova lista Anemone, recuperata dai pm di Perugia nel computer di Stefano Gazzani, il commercialista dell’imprenditore Diego Anemone e del potentissimo ex presidente del Consiglio Superiore dei Lavori pubblici Angelo Balducci e finito sul registro degli indagati per riciclaggio. Nel nuovo elenco, il nome Berlusconi compare senza altri riferimenti. E così è Ghedini a spiegare, e a smentire anche l’ipotesi che possa trattarsi di Paolo, il fratello minore del premier. «La asseritamente nuova lista dei lavori eseguiti dalla ditta Anemone per quanto riguarda il Presidente Berlusconi non rappresenta alcun elemento di novità – attacca il legale – Come già documentalmente comprovato per la precedente lista si tratta di alcuni modesti lavori di manutenzione eseguiti dalla ditta Anemone, una delle società più apprezzate nel settore edile. È quindi evidente che in questa lista non vi è altro se non la riproposizione dei lavori che nella prima erano indicati con la dicitura Palazzo Grazioli. Tali lavori erano stati ordinati da Forza Italia quale adeguamento di alcuni locali utilizzati a Palazzo Grazioli dal partito. Il prezzo dei lavori – aggiunge Ghedini – è stato regolarmente fatturato e regolarmente pagato. Era quindi sufficiente un modesto approfondimento per evitare di lanciare sulle prime pagine dei giornali una notizia del tutto infondata».

E in effetti tra i 400 riferimenti a nomi e luoghi che compaiono nella prima lista Anemone, quella recuperata dagli investigatori nel computer di Daniele Anemone, sono già presenti alcuni riferimenti collegabili al premier. Non solo Palazzo Grazioli, ma anche «Piazza Grazioli» e «Piazza Grazioli, via della Gatta», ma anche «Palazzo Chigi letto», «Palazzo Chigi cucina», «Palazzo Chigi impianto condizionamento sala stampa» «Forza Italia sede». Sulla nuova lista, recuperata dopo una perizia dall’hard disk del computer di Stefano Gazzani, comunque, i pm di Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi continuano a lavorare. Sono circa cento le indicazioni, molte già contenute nel primo elenco, accanto alle quali però non comparirebbero gli importi.

Solo in corrispondenza di pochi nomi sarebbero indicate alcune cifre, già oggetto di verifiche da parte della magistratura. E i pm di Perugia sospettano anche che oltre all’elenco possa esserci una contabilità parallela non ancora individuata e collegata ai nomi. L’ipotesi nasce proprio dal fatto che, sebbene la lista si trovasse nel computer del commercialista, le cifre non compaiano. Il sospetto è che lo stesso Gazzani potesse custodire anche un riferimento di altrettante cifre. Un’ipotesi che la procura sta verificando. I pm, comunque, sembrano escludere la possibilità che il Berlusconi segnato in elenco possa essere il premier. di Valentina Errante


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Renato Schifani contestato alla festa del Pd

Renato Schifani contestato alla festa del Pd

Manca poco alle 17 a Torino, alla festa del Pd. Ma la contestazione dei grillini a Renato Schifani, chiamato ad un dibattito con l’ex segretario Piero Fassino, monta da ore. I seguaci del Movimento a Cinque stelle urlano «fuori la mafia dallo Stato», Fassino parla di squadrismo e lo stesso Schifani interviene: «Siete un esempio di antidemocrazia perchè volete impedire a due personalità politiche di parlare. Siete voi che volete sconfiggere la democrazia. Non saranno i vostri fischi a impedirmi di parlare in questa assise che rispetto e all’interno di un partito che rispetto e anzi sono onorato di essere stato invitato», ha scandito il presidente di Palazzo Madama. Parla anche Fassino mentre polizia e servizio d’ordine cercano inutilmente di zittire i contestatori: «La festa del Pd è un luogo dove si discute e si mettono a confronto delle idee perchè è un luogo dove si invitano anche delle persone che la pensano diversamente da noi». E alla fine: «Chi si comporta in questo modo pensando di fare la lotta a Berlusconi fa la lotta al centrosinistra. Peraltro sono gli stessi che hanno fatto perdere al centrosinistra la Regione Piemonte. È dimostrato che se si vuole essere più a sinistra di tutti si riesce ad essere ascari della destra».

Una scena inqualificabile, dunque, che provoca la durissima presa di posizione del capo dello Stato: «Il tentativo di impedire con intimidatorie gazzarre il libero svolgimento di manifestazioni e discorsi politici – afferma il capo dello Stato – è un segno dell’allarmante degenerazione che caratterizza i comportamenti di gruppi sia pur minoritari, incapaci di rispettare il principio del libero e democratico confronto e di riconoscere nel Parlamento e nella stessa magistratura le istituzioni cui è affidata nel sistema democratico ogni chiarificazione e ricerca di verità». Napolitano tiene a sottolineare: «Deploro vivamente l’episodio verificatosi a Torino ai danni del presidente del Senato e ogni forma di contestazione aggressiva, sia verso figure di particolare responsabilità istituzionale, sia verso qualsiasi esponente politico nell’esercizio della sua inconfutabile libertà di parola e di opinione». Solidarietà a Schifani viene espressa anche da Fini che parla di «intollerabile contestazione», mentre telefonate pure di solidarietà arrivano da Pierferdinando Casini e Francesco Rutelli.

Molto duro anche il commento del leader del Pd, Pierluigi Bersani che pure ha telefonato al presidente del Senato «per esprimere solidarietà e profondo rammarico per quello che è avvenuto a Torino, stigmatizzando la gazzarra indecente che ha disturbato il dibattito. Il dibattito politico, anche il più aspro – afferma Bersani – deve segnare un confine netto con la prepotenza e la prevaricazione. Le nostre feste vivono come luoghi aperti di incontro e di discussione politica. Così le abbiamo volute, così sono e saranno. Qualcuno si levi dalla testa di poterci intimorire o farci derogare da questa scelta».

Ma il ministro leghista della Semplificazione, Roberto Calderoli, chiede le dimissioni di Bersani e il Pdl punta l’indice contro il clima di intolleranza alimentato, a suo giudizio, proprio dalle recenti affermazioni di Bersani sulla «fogna berlusconiana». Così Fabrizio Cicchitto: «Quello che è successo a Torino è il frutto del clima infame che Di Pietro e una parte della sinistra stanno creando nel Paese. C’è il rischio elevatissimo che siamo appena all’inizio». Sulla stessa falsariga il ministro Sandro Bondi: «Desidero esprimere la mia solidarietà al presidente del Senato Renato Schifani, il quale ha l’unico torto di credere nelle ragioni del confronto e del dialogo.

Dopo questo grave episodio il Pd non potrà più evitare di fare i conti seriamente con l’estremismo forcaiolo di Di Pietro e di altre componenti radicali della sinistra, nutrite unicamente di odio verso gli avversari politici». Lo dichiara il coordinatore del Pdl, Sandro Bondi, ministro dei Beni culturali. Mentre il del Pdl, Capezzone, puntualizza: «Dopo che Bersani ha scelto di toccare il fondo usando la parola ”fogna” per riferirsi al centro-destra e alla politica della maggioranza, il Pd non ha il diritto di stupirsi (o di scansare le responsabilità) per l’indegna aggressione dei grillini contro il Presidente Schifani, a cui esprimo totale solidarietà. Ormai, a sinistra, c’è una rincorsa verso il peggio: guidano Di Pietro e i grillini, segue il Pd. Ma è una gara avvilente».

A tutti replica Beppe Grillo, secondo il quale quello che è accaduto a Torino «è solo l’inizio della fine»: «A Torino, Fassino ha parlato di squadrismo e Morfeo Napolitano di gazzarra intimidatoria. Io parlerei piuttosto -scrive Grillo- del fatto che gli italiani si sono stancati di essere sempre presi per il c….». E anche Antonio Di Pietro difende i contestatori: «Stiamo dalla parte dei contestatori che sono semplicemente difensori del legalità, della democrazia e degli onesti cittadini. È ora di dire basta a questa ipocrisia imperante». di R.Pol.


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Umberto Bossi e Gianfranco Fini

Umberto Bossi e Gianfranco Fini

”Quando Fini era sotto il palco e diceva a Berlusconi ‘mandami via’, Berlusconi doveva mandarlo via. Io gli avrei detto: fuori dalle balle”. Lo ha dichiarato il leader della Lega Umberto Bossi questa sera a Chiavari (Genova) nel corso di un incontro pubblico. Il leader della Lega non nega che ci siano dei problemi anche nella maggioranza: «Abbiamo certo delle difficoltà, ma teniamo duro e andiamo avanti». Poche ore prima toni ben diversi erano stati usati da Silvio Berlusconi in occasione di un messaggio ai Promotori della Libertà. Il premier aveva teso una mano ai finiani di Futuro e Libertà, garantendo lealtà a coloro che dovessero restare nel Pdl anche quando si tratterà di formare le liste alle prossime elezioni. Un appello respinto dai destinatari e destinato a «cadere nel vuoto» secondo Bocchino. A Chiavari Bossi ha anche parlato della situazione economica: «La crisi è ancora in atto, non è affatto risolta. C’è grande difficoltà, ma di certo il governo è stato abbastanza bravo a evitare che saltasse in aria tutto. Dobbiamo dare merito a Tremonti che è stato bravo: ha fatto qualcosa di buono e qualcos’altro no, qualcosa che è riuscita e altro meno. Però il Paese bene o male è in vita». Infine, la legge elettorale. Per il Senatùr «c’è ed è ottima. Vogliono cambiarla e tornare come nella prima repubblica per vincere le elezioni. Non si può andare in questa direzione, si deve andare avanti. La Lega – ha aggiunto – mantiene la parola con chi la mantiene con lei. Berlusconi l’ha mantenuta, sul federalismo i voti ce li ha dati. Andiamo avanti dritti, non ci fermiamo. Il popolo alla fine vince».


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Giorgio Napolitano

Giorgio Napolitano

Rafforzare la cultura della legalità e il sostegno delle istituzioni repubblicane nei confronti della magistratura e delle forze dell’ordine che combattono le organizzazioni criminali: nuovo monito di Giorgio Napolitano che, in un messaggio per i 28 anni dall’omicidio del prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, torna a parlare di giustizia. Un tema che, visto l’impegno del governo ( e lo scontro interno al Pdl) sul processo breve e su altri scudi processuali per il premier Silvio Berlusconi, non può non aprire un confronto polemico tra maggioranza e opposizione. Dalla Chiesa è stato un «servitore dello Stato di grande rigore – ricorda il Capo dello Stato – civile e morale». Il ricordo del «sacrificio» del generale è ancora oggi, secondo il presidente della Repubblica, un’occasione «preziosa» per rinnovare «specialmente nei giovani il senso della democrazia», così come la sua morte, aggiunge, ha contribuito «a far crescere un ancora più ampio e diffuso moto di indignata e consapevole difesa di quei valori di giustizia, democrazia e libertà per i quali egli si era battuto anche a costo della vita».

L’Italia dei Valori, con il capogruppo alla Camera Massimo Donadi, si dice convinta che nei fatti le parole del capo dello Stato siano «uno schiaffo al governo ed a Berlusconi, da anni impegnato in una guerra contro i giudici». L’azione dell’Esecutivo, come dimostra il disegno di legge sul processo breve, troppo spesso vanifica, attacca anche il Pd, proprio il lavoro delle toghe. Il capogruppo democratico in commissione Giustizia alla Camera, Donatella Ferranti, polemizza con il Pdl: «La maggioranza ascolti il monito del presidente della Repubblica che ha chiaramente detto che il rafforzamento della legalità e il sostegno alla magistratura e alle forze dell’ordine che quotidianamente sono impegnate nel contrasto della criminalità passa anche attraverso interventi legislativi in grado di rafforzare l’efficacia dell’operato del sistema giustizia.

Il cosiddetto processo breve è agli antipodi con questa impostazione perché non serve al più rapido funzionamento della giustizia ma solo a certificare la morte dei processi in corso vanificando così il fruttuoso impegno dei magistrati e delle forze della polizia e annullando la certezza della pena e i diritti delle vittime». Anche il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini interviene sul tema all’ordine del giorno e invita il presidente del Consiglio alla prudenza: «Penso che Berlusconi dovrebbe seriamente riflettere con qualche consulente giuridico, forse meno coinvolto dei suoi legali, sul tema della giustizia. Dica con chiarezza quella che è la sua visione, ma eviti di affossare definitivamente il sistema giudiziario per liberarsi dai processi che lo riguardano».

Le polemiche, respinte al mittente dai parlamentari berlusconiani, sono comunque destinate a proseguire anche all’interno della maggioranza, visto che la truppa finiana non è affatto convinta di perseverare sulla strada del processo breve e chiedono soluzioni alternative. «Si può discutere di modificare la legge sul legittimo impedimento – dice allora Carmelo Briguglio – purché si tolga dal tavolo il processo breve». Il deputato di Futuro e Libertà aggiunge: «Siamo aperti a tutte le soluzioni che non impattano sul resto dell’ordinamento e che si pongono come problema la questione di un avvio dei processi, perché di questo si tratta. Non estinguono i processi ma li sospendono a dopo che il titolare della carica, ad esempio oggi Berlusconi, domani chiunque altro, non è più il titolare di quella alta carica dello Stato».


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Giancarlo Galan

Giancarlo Galan

Napolitano ha promesso ironicamente che “passerà la voce”. E Berlusconi ha risposto che la prossima settimana il lungo interim sarà concluso con la nomina. Il problema è che sono i soldi del ministero per lo Sviluppo economico ad essere già passati di mano. E chissà cosa si troverà a gestire il neo ministro. Sul cui nome l’incertezza è ancora grande. Resta in corsa Paolo Romani, sul quale il Colle aveva dubbi su un suo possibile conflitto d’interessi, dopodiché Berlusconi ha ibernato la scelta. Nel frattempo, dopo il no della Marcegaglia e il silenzio di Confindustria, che non avrebbe segnalato alcun nome di suo gradimento a palazzo Chigi, è spuntato il nome di due finiani, nell’ipotesi ancora fragile di una vera tregua tra i due fondatori del Pdl. Mario Baldassarri è stato gettonato in questi giorni ma, tra i finiani più accreditati c’è casomai quell’Adolfo Urso, vice ministro allo Sviluppo, che vanta invece rapporti distesi con Tremonti. Terza ipotesi, ma non ultima, il coinvolgimento di Giancarlo Galan, ministro dell’Agricoltura, che però farebbe rimontare le pretese delle Lega, orfana del ministero che fu di Zaia. Infine come outsider l’ex An Stefano Saglia e la vice portavoce del pdl, Bernini. Approfittando dell’interim rimasto quattro mesi nelle mani del premier (dopo le dimissioni di Scajola, vittima anche lui del “morbo edilizio”) il dicastero di via Veneto se lo sono spolpato gli altri ministri, due soprattutto: Raffaele Fitto, ex governatore della Puglia, ora titolare degli Affari regionali che si è annesso il Dps, dipartimento per lo sviluppo; e la rossa Michela Vittoria Brambilla, che sta al Turismo.

La prima botta il ministero l’ha incassata con la manovra economica, subendo il taglio di Tremonti: 900 milioni cancellati dalla dotazione. Ma è sul Fondo per le aree sottutilizzate (Fas) e su quelli della Ue che c’è stato un pessimo sviluppo: la gestione di tutti questi quattrini è stata sottratta al futuro Scajola e passata nelle mani dell’ex governatore della Puglia, quel Raffaele Fitto ora ministro per gli Affari regionali, che ha preso il controllo del dipartimento per le politiche dello sviluppo (Dps) che Scajola si aggiudicò dopo un braccio di ferro con Tremonti. Toccherà a lui varare ora il Piano per il Sud. La Brambilla, invece, sarebbe riuscita a mettere le mani su 800 milioni di euro destinati alle Regioni per rimpolpare il piano straordinario di sostegno al turismo. Che avrebbe provocato uno scontro interno al ministero per lo Sviluppo tra il direttore generale Esposito e il capo dipartimento Mancurti, con strascichi in Parlamento e petizioni al governo firmate da imprenditori che hanno lamentato la sparizione degli incentivi alle imprese. Per non parlare dei tanti tavoli aperti sulle vertenze di aziende in crisi, rimasti senza ministro. di C.Rz. Il Mattino


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