10/09/2010

Notizie OGGI

Italia e il mondo in sintesi.

Archivio per la categoria ‘Twitter’

Wyclef Jean

Wyclef Jean

«Ora che il Paese è distrutto, abbiamo la possibilità di ricostruirlo da cima a fondo: sarò la voce della gioventù». Wyclef Jean, il divo dell’hip-hop nato a Haiti ma cresciuto nel New Jersey, ha le idee chiare. Dopo esserci ufficialmente candidato alla guida del suo paese d’origine, nella sua prima intervista da futuro presidente lancia alcuni messaggi. «All’indomani del 12 gennaio, il giorno del disastro – racconta il rapper alla Cnn – sono arrivato qui con mia moglie. Assieme abbiamo raccolto cadaveri per terra». Poi, chiarisce di averlo fatto per essere utile al suo popolo, non certo perché già pensava di correre per la presidenza. Ora però dai quei giorni drammatici ne è passato di tempo, e l’ex cantante dei Fugee, dopo aver venduto milioni di dischi e aver conquistato il Grammy, a 37 anni ha deciso cosa vuole fare da grande, buttandosi nella battaglia delle elezioni haitiane del 28 novembre. Se venisse eletto, Jean ha già espresso i punti chiave del suo programma: «Mi concentrerò sulla scuola, la creazione di posti di lavoro, l’agricoltura, la sicurezza e l’assistenza sanitaria».

Un po’ vago ma, a giudicare dall’accoglienza che ha ricevuto dalle strade di Port-Au-Prince, potrebbe farcela. È dal 2005 che il rapper di colore aiuta il suo Paese di origine con i fondi raccolti dalla sua organizzazione umanitaria, Yele Haiti Foundation. Dopo il terremoto Wyclef corse nell’isola dove è nato, all’ombra di quel Palais Presidentiel in rovina e che oggi vorrebbe occupare da padrone, e passò i primi giorni in prima linea nei soccorsi. Un suo messaggio su Twitter che esortava a donare 5 dollari coi cellulari aveva mandato in tilt i centralini della sua fondazione. Poi però fu il momento delle polemiche: erano nati dubbi sulla capacità della Yele di far arrivare gli aiuti, sull’amministrazione allegra dei suoi libri contabili e sui rimborsi d’oro a Jean e al suo entourage.


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Legge bavaglio

Legge bavaglio

Legge bavaglio: così è noto ormai ai più il decreto sulle intercettazioni proposto dal Pdl. Secondo questo decreto “l’autorizzazione [alle intercettazioni] è data con decreto, motivato contestualmente e non successivamente modificabile o sostituibile, quando vi sono evidenti indizi di colpevolezza“. Questa situazione renderebbe le intercettazioni ormai inutili poiché, se si hanno elementi per riscontrare “gravi indizi”, vuol dire che se ne hanno abbastanza per richiedere il rinvio a giudizio. Il decreto prevede inoltre multe e carcere per i giornalisti che pubblicano le intercettazioni o gli atti delle inchieste: per loro è prevista una multa da 5 mila euro per i verbali, 10 mila per le intercettazioni e fino a un mese di reclusione . Queste pene sono state, anzi, “drasticamente” ridotte, poiché la proposta iniziale prevedeva carcere fino a 2 mesi e multe superiori del 100%. Sulla pagina Facebook del Popolo Viola (312.466 fan, quasi 100.000 sostenitori in più di Silvio Berlusconi) il primo commento alla notizia dello slittamento a settembre del ddl intercettazioni è esplicito: «Qui c’è da fare una festa!».

È la fotografia del clima che si respira oggi tra i tanti che negli ultimi 60 giorni hanno dato vita e voce alla protesta contro quella cheè stata battezzata “legge-bavaglio”. Una protesta esplosa il 10 giugno, il giorno dell’approvazione al Senato del ddl Alfano. Mentre a Palazzo Madama si votava la fiducia, fuori, in piazza Navona il popolo viola gridava già le sue parole d’ordine: «Contro i tagli e i bavagli». Il giorno dopo, l’undici luglio, Repubblica sceglie una forma di protesta di grande impatto: una prima pagina bianca con al centro un post it giallo: «La legge bavaglio nega ai cittadini il diritto di essere informati». Attraverso i lettori (che nei giorni precedenti avevano inviato su Repubblica.it decine di foto dei loro volti col post it davanti alla bocca) il simbolo della protesta arriva in prima pagina. E poi, da lì, ritorna sul web, grazie a Twitter, a Facebook, a Youtube. Perché è stato il web lo strumento per organizzare la mobilitazione.

In pochissimo tempo Repubblica.it diventa uno dei punti di riferimento principali per testimoniare il dissenso, il collettore della protesta: da lì partono i video dei testimonial, registi, scrittori attori. Nel frattempo, fuori dal web, la protesta sboccia grazie al contributo della Fnsi, dell’Ordine dei giornalisti, del comitato per la libertà e il diritto dell’informazione, della Cgil, dei partiti d’opposizione, Pd, Idv, Sel, Federazione della sinistra. Un cartello di sigle che dà vita alla manifestazione del primo luglio in piazza Navona e in decine di altre piazze italiane. Una testimonianza che segna un punto a favore dei manifestanti. Fino a due giorni fa, fino al giorno dello slittamento. La vittoria della protesta.


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Rachel Corrie

Rachel Corrie

Secondo il comunicato diffuso su Twitter dal Free Gaza Movement questa mattina l’imbarcazione irlandese in rotta verso la Striscia di Gaza è stata circondata e presa con la forza dalla marina israeliana poi rimorchiata verso il porto di Ashdod. I passeggeri a bordo sono incolumi. La notizia è stata postata sul profilo dell’organizzazione su Twitter da Perdana, società malese comproprietaria della nave che ha un proprio attivista a bordo. Sullo stesso sito si apprende che la nave è visibile dalla costa di Gaza. La tv israeliana Canale 2 ha confermato che forze militari hanno preso possesso senza scontri della Rachel Corrie. L’abbordaggio, secondo l’emittente, è stato «pacifico» e la nave viene ora dirottata verso il porto israeliano di Ashdod. La nave «è passata sotto il controllo» delle forze israeliane, ha poi confermato un portavoce militare, aggiungendo che l’abbordaggio è avvenuto «senza scontri» e «senza alcuna resistenza» da parte dell’equipaggio. La Rachel Corrie, che cercava di rompere – con un carico di aiuti e 19 attivisti filo-palestinesi a bordo – il blocco imposto alla Striscia di Gaza dallo Stato ebraico, è adesso in navigazione verso Israele scorata da alcune unità della Marina.

L’esercito israeliano ha confermato che soldati delle forze speciali sono saliti a bordo della nave irlandese Rachel Corrie, riferisce il sito di Haaretz. «Le nostre forze sono salite a bordo della nave e ne hanno preso il controllo senza alcuna resistenza da parte dell’equipaggio e dei passeggeri. Tutto si è svolto senza violenza», ha affermato il portavoce dell’esercito. L’abbordaggio si è svolto in acque internazionali. I soldati sono giunti sulla nave via mare su piccole imbarcazioni e non si sono calati dagli elicotteri come è avvenuto lunedì sulla nave turca Mavi Marmara, dove sono morte nove persone. Un portavoce dell’esercito ha detto che l’abbordaggio è avvenuto con l’assenso degli attivisti del Free Gaza Movement che si trovano a bordo. La nave irlandese, in navigazione verso la Striscia di Gaza, aveva ignorato le richieste della marina israeliana di cambiare rotta e dirigersi verso il porto Ashdod (sud di Israele).

«Israele – ha ripetuto il portavoce militare – non ha problemi a far attraccare la Rachel Corrie ad Ashdod e ad aiutare poi l’equipaggio a trasferire gli aiuti a Gaza» via terra. Ha tuttavia aggiunto che occorrerà prima «ispezionare il carico, per verificare che non vi siano esplosivi o munizioni». Israele ha imposto severe restrizioni attorno alla Striscia di Gaza, fin dall’avvento al potere nell’enclave palestinese degli islamico-radicali di Hamas, nel 2007. Gli attivisti, tuttavia, considerano illegittimo tale blocco, la cui revoca è chiesta con crescente insistenza anche da diversi attori della comunità internazionale: tanto più dopo il sanguinoso blitz di lunedì compiuto dalle forze speciali israeliane contro una flottiglia guidata dalla nave turca Mavi Marmara che cercava a sua volta di forzare l’embargo.


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Israele attacca navi della pace

Israele attacca navi della pace

Un assalto della marina israeliana nella notte contro il convoglio Freedom Flotilla che si stava dirigendo verso la Striscia di Gaza portando aiuti umanitari ha provocato 19 morti e 26 feriti. Secondo una prima testimonianza arrivata via Twitter dal Free Gaza Movement: “I soldati hanno cominciato a sparare non appena hanno messo piede sulla nave. Hanno sparato anche a civili che dormivano”. Ma la versione degli israeliani è totalmente differente,i militari sarebbero stati oggetto di un attacco con armi da fuoco da parte di alcune persone presenti su una delle navi. «Durante l’intercettazione – sottolinea un comunicato militare israeliano – i dimostranti a bordo hanno attaccato il personale navale dell’Idf con armi da fuoco e armi leggere, incluso coltelli e bastoni. Inoltre una delle armi usate era stata strappata a un soldato dell’Idf. Come risultato di questa attività violenta, le forze navali hanno usato strumenti antisommossa, comprese armi da fuoco».

La responsabilità di quanto accaduto va attribuita agli organizzatori della missione della flottiglia. Così il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak risponde alle accuse mosse al suo paese dopo l’attacco delle forze israeliane alle navi che portavano aiuti umanitari a Gaza.

Per Gideon Meir, ambasciatore israeliano a Roma, la responsabilità di quanto è accaduto “deve essere imputata agli organizzatori della Flottilla”. E’ quanto si legge in una nota dell’ambasciata in seguito al “colloquio telefonico con il capo di Gabinetto del Ministro degli Esteri Franco Frattini”. Precisando che “per una versione definitiva sarà necessario attendere maggiori informazioni da Israele”, spiega la nota, Meir ha detto che l’esercito israeliano è stato “costretto a reagire” dopo la decisione della Flottilla di “forzare il blocco” e che “secondo quanto dichiarato dagli stessi organizzatori, la missione non era ”’destinata a consegnare aiuti umanitari, ma a rompere l’assedio di Israele”.

“Noi abbiamo provato a fermarli, abbiamo provato a farli venire nel porto di Ahsdot per poi trasferire gli aiuti umanitari a Gaza. Ma non hanno voluto. Non volevano entrare in acque israeliane” – ha detto in un’intervista il portavoce del governo israeliano, Avi Pazner – “non erano interessati agli aiuti umanitari, erano interessati alla provocazione. Ma non potevamo immaginare che fosse una provocazione armata. Hanno ferito dieci dei nostri soldati. E i nostri soldati hanno dovuto difendersi”

”Esprimo grande rammarico per i morti e i feriti, ma è necessario sottolineare che la flottiglia ha portato avanti una provocazione che nulla ha a che vedere con intenti umanitari, altrimenti avrebbe accettato la richiesta che Israele le rivolgeva da giorni di far attraccare le navi al porto di Ashdod per essere ispezionate prima di far passare i doni a Gaza. La flottiglia ha invece raggiunto il proprio obiettivo, ovvero creare una grave crisi nei rapporti internazionali con un’azione di disturbo da parte di gruppi simpatizzanti di Hamas a bordo della nave. L’organizzazione terroristica, va ricordato, ha giurato di distruggere Israele e governa la Striscia di Gaza illegalmente da 3 anni danneggiando in primis la popolazione palestinese”. E’ quanto dichiara Fiamma Nirenstein, Vicepresidente della Commissione Esteri della Camera

Il primo ministro, Benjamin Netanyahu, ha offerto il suo “pieno sostegno” alle forze militari israeliane dopo il raid compiuto su un convoglio di una flotta di pacifisti che portava aiuti alla striscia di Gaza in cui sono morte 19 persone. “Il primo ministro – hanno fatto sapere i suoi collaboratori da Ottawa dove Netanyhau si trova per incontrare il premier canadese Stephen Harper – ha ribadito il suo appoggio alle forze armate israeliane e si è interessato dello stato di salute dei feriti”.

Sulla flottiglia di Ong diretta a Gaza attaccata questa notte dalla marina militare israeliana c’erano “probabilmente delle armi da fuoco. Non cedere alle provocazioni non può nemmeno voler dire sacrificare la propria vita”. Lo ha detto l’ambasciatore israeliano a Parigi, Daniel Shek. “Quando la vita dei soldati è in pericolo come chiaramente in questo caso – ha aggiunto Shek – è normale e internazionalmente accettato che si abbia il diritto di difendere la propria vita”.


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La protesta davanti alla sede della Bp

La protesta davanti alla sede della Bp

Mentre la Bp tenta una nuova missione per fermare la perdita di greggio nel Golfo del Messico, dal Venezuela viene conferma che un’altra piattaforma è affondata, anche se il presidente venezuelano assicura che in questo caso non ci sono stati morti e non ci sarà neanche una ricaduta ambientale. Hugo Chavez ha dato notizia dell’incidente della piattaforma di Aban Pearl in un messaggio via Twitter. La piattaforma era adibita all’estrazione del gas nel Mar dei Caraibi, e si è inabissata all’alba di ieri per ragioni ancora non precisate. Tutti i 95 lavoratori che erano a bordo sono stati evacuati dalla struttura. Insomma: in apparenza niente a che vedere con la catastrofe della DeepWater Horizon, la piattaforma della Bp, che è esplosa lo scorso 20 aprile, uccidendo 11 persone e lasciando scoperte tre bocche sul fondo marino. Da allora, una delle bocche è stata chiusa, e adesso la società petrolifera britannica si appresta per una seconda volta a tentare di tappare la bocca dalla quale proviene l’85 per cento dei 795 mila litri di greggio che ogni giorno sgorgano dalle viscere del fondo marino. Dopo aver provato, e fallito, con una “cupola” che pesava 78 tonnellate, il nuovo tentativo sarà affidato a una struttura più leggera, di forma cilindrica, soprannominata “Top Hat”, “cilindro”, come il copricapo che gli uomini indossano con il frac. Ma anche questa struttura sta dando molto filo da torcere e le operazioni cominciate ieri sera potrebbero estendersi almeno fino al week-end.

La Bp ha intanto rivelato di aver già speso 450 milioni di dollari nei suoi interventi. Difatti la società petrolifera non sta solo tentando (con poco successo) di fermare l’eruzione sotterranea, sta anche impegnandosi per evitare che la marea tocchi terra e causi un danno ambientale mille volte maggiore. Finora il vento, le correnti, le onde, e i solventi scaricati dagli aerei cisterna hanno rallentato l’avanzata del fronte inquinante. Ma dopo che le prime onde sporche hanno toccato le isole Chandeleur, un paradiso ambientale che fa da barriera alla baia di New Orleans, la marea sembra essersi spostata verso ovest, e palle di catrame e di colla rossiccia sono state avvistate a Port Fourchon, la punta estrema dell’area paludosa di Terrebonne Bay, dove si trovano vivai di ostriche e gamberi, preziosi per la sopravvivenza economica della regione.

Dopo l’udienza alla Camera dei tre Ceo della Bp, Transocean e Halliburton, le tre società che hanno operato sulla DeepWater, e che si sono accusate a vicenda della tragedia, sembra oramai accertato che a far esplodere la piattaforma sia stato un malfunzionamento della valvola di emergenza del pozzo. Dopo vari e sfortunati tentativi di riattivare la valvola ricorrendo a robot sottomarini, e il fallimento della prima “cupola”, la nuova struttura calata ieri dovrebbe coprire la bocca e far defluire il greggio entro delle tubature fino alla pancia di una petroliera in superficie. La sistemazione del cilindro è avvenuta senza difficoltà, ma il portavoce della Bp, memore dei nulla di fatto finora, ha ammonito: «Tutte le tecniche esaminate o sperimentate per contenere la fuoriuscita del petrolio presentano elementi di incertezza, perché non sono mai state provate prima». di Anna Guaita Il Messaggero


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http://www.ultimenotizie.tv/notizie-dal-mondo/affonda-unaltra-piattaforma-scongiurata-catastrofe-ecologica-al-largo-del-venezuela.html


La protesta davanti alla sede della Bp

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Mentre la Bp tenta una nuova missione per fermare la perdita di greggio nel Golfo del Messico, dal Venezuela viene conferma che un’altra piattaforma è affondata, anche se il presidente venezuelano assicura che in questo caso non ci sono stati morti e non ci sarà neanche una ricaduta ambientale. Hugo Chavez ha dato notizia dell’incidente della piattaforma di Aban Pearl in un messaggio via Twitter. La piattaforma era adibita all’estrazione del gas nel Mar dei Caraibi, e si è inabissata all’alba di ieri per ragioni ancora non precisate. Tutti i 95 lavoratori che erano a bordo sono stati evacuati dalla struttura. Insomma: in apparenza niente a che vedere con la catastrofe della DeepWater Horizon, la piattaforma della Bp, che è esplosa lo scorso 20 aprile, uccidendo 11 persone e lasciando scoperte tre bocche sul fondo marino. Da allora, una delle bocche è stata chiusa, e adesso la società petrolifera britannica si appresta per una seconda volta a tentare di tappare la bocca dalla quale proviene l’85 per cento dei 795 mila litri di greggio che ogni giorno sgorgano dalle viscere del fondo marino. Dopo aver provato, e fallito, con una “cupola” che pesava 78 tonnellate, il nuovo tentativo sarà affidato a una struttura più leggera, di forma cilindrica, soprannominata “Top Hat”, “cilindro”, come il copricapo che gli uomini indossano con il frac. Ma anche questa struttura sta dando molto filo da torcere e le operazioni cominciate ieri sera potrebbero estendersi almeno fino al week-end.

La Bp ha intanto rivelato di aver già speso 450 milioni di dollari nei suoi interventi. Difatti la società petrolifera non sta solo tentando (con poco successo) di fermare l’eruzione sotterranea, sta anche impegnandosi per evitare che la marea tocchi terra e causi un danno ambientale mille volte maggiore. Finora il vento, le correnti, le onde, e i solventi scaricati dagli aerei cisterna hanno rallentato l’avanzata del fronte inquinante. Ma dopo che le prime onde sporche hanno toccato le isole Chandeleur, un paradiso ambientale che fa da barriera alla baia di New Orleans, la marea sembra essersi spostata verso ovest, e palle di catrame e di colla rossiccia sono state avvistate a Port Fourchon, la punta estrema dell’area paludosa di Terrebonne Bay, dove si trovano vivai di ostriche e gamberi, preziosi per la sopravvivenza economica della regione.

Dopo l’udienza alla Camera dei tre Ceo della Bp, Transocean e Halliburton, le tre società che hanno operato sulla DeepWater, e che si sono accusate a vicenda della tragedia, sembra oramai accertato che a far esplodere la piattaforma sia stato un malfunzionamento della valvola di emergenza del pozzo. Dopo vari e sfortunati tentativi di riattivare la valvola ricorrendo a robot sottomarini, e il fallimento della prima “cupola”, la nuova struttura calata ieri dovrebbe coprire la bocca e far defluire il greggio entro delle tubature fino alla pancia di una petroliera in superficie. La sistemazione del cilindro è avvenuta senza difficoltà, ma il portavoce della Bp, memore dei nulla di fatto finora, ha ammonito: «Tutte le tecniche esaminate o sperimentate per contenere la fuoriuscita del petrolio presentano elementi di incertezza, perché non sono mai state provate prima». di Anna Guaita Il Messaggero


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