
Israele attacca navi della pace
Un assalto della marina israeliana nella notte contro il convoglio Freedom Flotilla che si stava dirigendo verso la Striscia di Gaza portando aiuti umanitari ha provocato 19 morti e 26 feriti. Secondo una prima testimonianza arrivata via Twitter dal Free Gaza Movement: “I soldati hanno cominciato a sparare non appena hanno messo piede sulla nave. Hanno sparato anche a civili che dormivano”. Ma la versione degli israeliani è totalmente differente,i militari sarebbero stati oggetto di un attacco con armi da fuoco da parte di alcune persone presenti su una delle navi. «Durante l’intercettazione – sottolinea un comunicato militare israeliano – i dimostranti a bordo hanno attaccato il personale navale dell’Idf con armi da fuoco e armi leggere, incluso coltelli e bastoni. Inoltre una delle armi usate era stata strappata a un soldato dell’Idf. Come risultato di questa attività violenta, le forze navali hanno usato strumenti antisommossa, comprese armi da fuoco».
La responsabilità di quanto accaduto va attribuita agli organizzatori della missione della flottiglia. Così il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak risponde alle accuse mosse al suo paese dopo l’attacco delle forze israeliane alle navi che portavano aiuti umanitari a Gaza.
Per Gideon Meir, ambasciatore israeliano a Roma, la responsabilità di quanto è accaduto “deve essere imputata agli organizzatori della Flottilla”. E’ quanto si legge in una nota dell’ambasciata in seguito al “colloquio telefonico con il capo di Gabinetto del Ministro degli Esteri Franco Frattini”. Precisando che “per una versione definitiva sarà necessario attendere maggiori informazioni da Israele”, spiega la nota, Meir ha detto che l’esercito israeliano è stato “costretto a reagire” dopo la decisione della Flottilla di “forzare il blocco” e che “secondo quanto dichiarato dagli stessi organizzatori, la missione non era ”’destinata a consegnare aiuti umanitari, ma a rompere l’assedio di Israele”.
“Noi abbiamo provato a fermarli, abbiamo provato a farli venire nel porto di Ahsdot per poi trasferire gli aiuti umanitari a Gaza. Ma non hanno voluto. Non volevano entrare in acque israeliane” – ha detto in un’intervista il portavoce del governo israeliano, Avi Pazner – “non erano interessati agli aiuti umanitari, erano interessati alla provocazione. Ma non potevamo immaginare che fosse una provocazione armata. Hanno ferito dieci dei nostri soldati. E i nostri soldati hanno dovuto difendersi”
”Esprimo grande rammarico per i morti e i feriti, ma è necessario sottolineare che la flottiglia ha portato avanti una provocazione che nulla ha a che vedere con intenti umanitari, altrimenti avrebbe accettato la richiesta che Israele le rivolgeva da giorni di far attraccare le navi al porto di Ashdod per essere ispezionate prima di far passare i doni a Gaza. La flottiglia ha invece raggiunto il proprio obiettivo, ovvero creare una grave crisi nei rapporti internazionali con un’azione di disturbo da parte di gruppi simpatizzanti di Hamas a bordo della nave. L’organizzazione terroristica, va ricordato, ha giurato di distruggere Israele e governa la Striscia di Gaza illegalmente da 3 anni danneggiando in primis la popolazione palestinese”. E’ quanto dichiara Fiamma Nirenstein, Vicepresidente della Commissione Esteri della Camera
Il primo ministro, Benjamin Netanyahu, ha offerto il suo “pieno sostegno” alle forze militari israeliane dopo il raid compiuto su un convoglio di una flotta di pacifisti che portava aiuti alla striscia di Gaza in cui sono morte 19 persone. “Il primo ministro – hanno fatto sapere i suoi collaboratori da Ottawa dove Netanyhau si trova per incontrare il premier canadese Stephen Harper – ha ribadito il suo appoggio alle forze armate israeliane e si è interessato dello stato di salute dei feriti”.
Sulla flottiglia di Ong diretta a Gaza attaccata questa notte dalla marina militare israeliana c’erano “probabilmente delle armi da fuoco. Non cedere alle provocazioni non può nemmeno voler dire sacrificare la propria vita”. Lo ha detto l’ambasciatore israeliano a Parigi, Daniel Shek. “Quando la vita dei soldati è in pericolo come chiaramente in questo caso – ha aggiunto Shek – è normale e internazionalmente accettato che si abbia il diritto di difendere la propria vita”.
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